Bolzan: "Choc e accanto al dolore anche paura e rabbia". lo psichiatra Mencacci: 'vede il padre morire, trauma estremo che segna per sempre'. Lavenia, 'per 12enne trauma così non è ricordo che sbiadisce, ma frattura che resta'
Vedere il proprio padre morire ucciso a botte davanti ai proprio occhi. L'omicidio di Giacomo Bongiorni a Massa sarà per sempre un trauma per il figlio di 12 anni che ha assistito al pestaggio che ha portato alla morte per arresto cardiaco del padre. Psicologi e psichiatri sono concordi. Per il ragazzino sarà impossibile dimenticare.
"È necessario che il minore sia adeguatamente sostenuto e supportato per elaborare l’accaduto e soprattutto per poter riconoscere e contenere le emozioni presenti - afferma all'Adnkronos Flaminia Bolzan, criminologa e psicologa - . Accanto al dolore, infatti, è ragionevole pensare che ci siano paura e rabbia. La scena che si è trovato ad affrontare il ragazzino, oltre a costituire uno choc rischia di diventare un pensiero intrusivo e per 'andare oltre', è necessaria la massima attenzione e un intervento di accompagnamento. La figura paterna rappresenta simbolicamente la 'protezione' e perderla in questa maniera è certamente un qualcosa che segna e fa sentire esposti e impotenti", conclude Bolzan.
"La parola 'superare' è quella che usiamo noi adulti per tranquillizzarci. Ma la verità è che un evento del genere non si supera, nel senso in cui immaginiamo. Un trauma così non è un ricordo che sbiadisce è una frattura che resta", dice all'Adnkronos lo psicoterapeuta Giuseppe Lavenia.
"Quel bambino non ha perso solo il padre. Ha perso l’idea che il mondo sia un posto sicuro, che gli adulti possano proteggere, che esista un limite alla violenza. E quando tutto questo accade a 12 anni, accade mentre la mente sta ancora costruendo le sue fondamenta. Allora come riuscirà a vivere con quello che ha visto? Perché lui ricorderà. Nei momenti di silenzio, di notte, nei dettagli più piccoli. E lì si gioca tutto. - spiega Lavenia - Non sarà il tempo a guarirlo. Il tempo, da solo, amplifica ciò che trova: se trova solitudine, amplifica la solitudine; se trova presenza, amplifica la possibilità di dare un senso".
"Quello che può davvero aiutarlo è avere accanto adulti che restano. Che non scappano davanti al suo dolore. Che non lo riempiono di frasi vuote come 'devi essere forte'. Che lo aiutano a mettere parole su quello che è successo, senza forzarlo. Serve qualcuno che lo accompagni a non sentirsi in colpa per essere sopravvissuto. Che gli insegni che la rabbia che sentirà è umana, ma non deve trasformarsi in violenza. Che lo aiuti, lentamente, a ricostruire un minimo senso di sicurezza nel mondo. Ci vorrà tempo. Forse anni. Forse tutta la vita. Ma sì, può farcela", conclude Lavenia.
Un bambino di 11 anni chiamava il padre: "Papà, alzati". "Pensava che non fosse nulla di grave. Invece, davanti ai suoi occhi, quell'uomo è morto, vittima di una violenza improvvisa e incomprensibile. Dobbiamo immaginare - spiega all'Adnkronos Salute Claudio Mencacci, psichiatra e direttore emerito del Dipartimento di Neuroscienze dell'Asst Fatebenefratelli-Sacco di Milano - che questo bambino sia stato esposto a una delle forme più estreme di trauma. Non si tratta solo del rischio di sviluppare un disturbo da stress post-traumatico, ma di un'esperienza profonda di impotenza: l'incapacità di aiutare il proprio padre e, allo stesso tempo, l'aver assistito a una violenza cieca, improvvisa e senza senso".
"Un'esperienza così lascia segni profondi - sottolinea lo psichiatra - Nella mente di un bambino può emergere anche un senso di colpa: la convinzione di non aver fatto abbastanza, di non essere riuscito a salvarlo. Si intrecciano quindi emozioni molto complesse, come impotenza e responsabilità. A questo si aggiunge l'impatto con la morte, che irrompe bruscamente nella quotidianità. Per un bambino è un evento destabilizzante, che può incrinare il senso di sicurezza e rendere il mondo improvvisamente imprevedibile e minaccioso".
In questa fase, afferma Mencacci, "è fondamentale il ruolo della famiglia. Condividere il lutto, per quanto difficile, è un passaggio essenziale. La vicinanza della madre e dei familiari rappresenta un punto di riferimento, anche se tutti sono travolti dal dolore. Va ricordato che chi ha assistito direttamente alla scena può essere doppiamente traumatizzato. Accanto alla famiglia, però, è importante anche il sostegno della comunità: la presenza e la comprensione delle persone intorno possono fare la differenza", rimarca lo psichiatra. Infine, conclude, "è necessario un intervento psicologico precoce. Un supporto specialistico, adeguato all’età, può aiutare il bambino a elaborare un trauma e un lutto così profondi. Intervenire nei tempi giusti è fondamentale per evitare che questa esperienza si cristallizzi e resti come una ferita permanente".