Il vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana: "Rischio infiltrazioni criminali? Ipotesi merita verifica seria"
“Le ragioni le condivido e i conti stanno dalla loro parte”. Sul “tavolo vero la Chiesa può offrire una cosa che le istituzioni non hanno, cioè un luogo dove entrare senza perdere la faccia. In una casa vescovile nessuno firma una resa”. Monsignor Francesco Savino, vicepresidente della Cei e vescovo di Cassano all’Jonio, in una intervista all’Adnkronos, parla con estrema chiarezza dell’idea che si è fatto sulla protesta dei tir e dice che la Chiesa c’è per una mediazione seria che metta “a disposizione quello che ha, cioè mezzi parrocchiali, volontari della Caritas e la propria faccia, per accompagnare quei passaggi e per garantire a tutti che non vengano usati come cavallo di Troia per far transitare altro”.
La protesta dei tir, osserva l’esponente della Cei, “racconta che un costo è stato scaricato lungo una catena fino a raggiungere l’ultimo anello in grado di scaricarlo su qualcun altro, e che quell’anello si è fermato. I numeri di questi giorni descrivono la cosa senza bisogno di commento: dall’incontro di lunedì in Prefettura a Milano il referente calabrese della federazione è uscito dicendo che non sono emersi nuovi impegni, e che i sessanta milioni aggiuntivi per le mensilità di settembre e ottobre, una volta assegnati, non riusciranno nemmeno a coprire il costo del gasolio. C’è poi una seconda cosa, che riguarda la geografia e che in Calabria conosciamo da sempre senza riuscire a farla pesare. Quando i mezzi si fermano qui, in settantadue ore il paese si accorge di noi guardando gli scaffali dei propri supermercati e le pompe asciutte dei propri distributori. Una regione che molti descrivono come periferica si rivela portante, e quegli uomini fermi sulle aree di servizio svolgono da anni un servizio pubblico senza avere le tutele di chi lo svolge per contratto. Il blocco, in questo senso, è una dimostrazione involontaria e assai eloquente di quanto valga il lavoro che fanno”.
È condivisibile la protesta dei tir, nonostante la situazione di criticità che provoca? “Le ragioni - osserva mons. Francesco Savino - le condivido e i conti stanno dalla loro parte, mentre sullo strumento faccio volentieri una distinzione, perché un fermo conserva legittimità finché mantiene un limite, e quel limite ha un nome preciso, che è il terzo estraneo alla vertenza. La verifica, del tutto concreta e alla portata di chiunque si fermi davanti a un presidio per mezz’ora, consiste nel domandare se stiano passando i farmaci e l’ossigeno domiciliare, se stiano passando i trasporti per la dialisi e per i cicli oncologici, se stia passando il latte in polvere per i neonati e se stiano passando i mangimi, dato che in una stalla isolata gli animali cominciano a soffrire entro pochi giorni. Finché quelle risposte restano affermative la protesta conserva intatta la propria dignità morale e io la difendo in pubblico senza esitare, mentre quando diventano negative quegli uomini hanno smesso di fare pressione su una controparte e hanno iniziato a tenere in ostaggio dei terzi, e a quel punto la giustizia della loro causa rimane intera mentre la legittimità del mezzo si perde”.
Sugli episodi che hanno accompagnato i presidi, il vicepresidente della Cei parla “con durezza e senza attenuanti”. “Le gomme tagliate ai camion di chi ha scelto di lavorare, le strade sbarrate con pneumatici, la pietra lanciata da un cavalcavia contro un tir in transito - scandisce - sono fatti che con la protesta non hanno rapporto alcuno, anzi, chi li compie lavora contro gli uomini che stanno sui presidi, perché consegna alla cronaca una vertenza che appartiene all’economia e offre a chiunque voglia liquidarla l’argomento che cercava. Chi tiene i blocchi ha il dovere di isolare quelle persone, e lo ha nel proprio interesse prima che nel nostro”.
In che modo la Chiesa potrebbe mediare? “Comincerei dalla cosa che una diocesi può fare entro quarantotto ore, lasciando le dichiarazioni a dopo. Un vescovo può sedersi con chi tiene i presidi e chiedere una garanzia scritta su un elenco corto e verificabile: farmaci e ossigeno, trasporti per dialisi e oncologia, latte per i neonati, mangimi per gli allevamenti. In cambio la Chiesa mette a disposizione quello che ha, cioè mezzi parrocchiali, volontari della Caritas e la propria faccia, per accompagnare quei passaggi e per garantire a tutti che non vengano usati come cavallo di Troia per far transitare altro. Chi ottiene quei corridoi acquista il diritto di parlare alle due parti, e lo acquista con un fatto invece che con un comunicato. Sul tavolo vero la Chiesa può offrire una cosa che le istituzioni non hanno, cioè un luogo dove entrare senza perdere la faccia. In una casa vescovile nessuno firma una resa, e questo permette di convocare le persone che in questa vertenza non si sono ancora sedute insieme: finora il governo ha parlato con l’autotrasporto, e separatamente con l’agricoltura, mentre la catena va vista intera, perché dentro ci stanno chi produce, chi trasporta e chi acquista grandi volumi, e il margine che manca a uno sta nelle tasche di un altro. Una mediazione seria chiede però alla Chiesa una condizione, e consiste nel rifiutare il ruolo di megafono, ai manifestanti domanda i corridoi, alle istituzioni domanda cifre e date, e a entrambi domanda di smettere di parlare per i giornali mentre si parla al tavolo”.
Sul blocco dei tir esponenti del governo hanno parlato di “evidenti infiltrazioni criminali”. Mons. Savino al riguardo comincia “da una precisazione sulle parole, dato che su un terreno simile l’esattezza non è pedanteria. Quello che risulta pronunciato a margine del question time alla Camera è l’invito a studiare i casellari giudiziari di alcuni leader della protesta, con la frase ‘verificherete che ci sono criticità anche di questa natura’, mentre la formula sulle infiltrazioni evidenti appartiene ai titoli dei giornali e alle repliche che ne sono seguite, e la differenza fra le due cose va mantenuta perché ho fatto della mia vita una bandiera di onestà e democrazia. Nel merito, un’ipotesi di infiltrazione criminale costituisce una notizia gravissima e possiede un destinatario proprio, che è la Direzione distrettuale antimafia, cosicché chi dispone di elementi li trasmette e chi non ne dispone misura la parola, perché in Calabria quella parola pesa e cade addosso a migliaia di persone che hanno un mutuo sul camion, una moglie che tiene i conti e un figlio da mandare a scuola. Aggiungo, per non apparire reticente dalla parte opposta, che l’ipotesi merita una verifica seria e non un’alzata di spalle, dato che l’interesse delle organizzazioni criminali per la logistica, per l’autotrasporto e per il commercio dei carburanti è documentato da decenni di inchieste giudiziarie, e che i primi a trarre vantaggio da un controllo rigoroso sarebbero proprio gli autotrasportatori onesti, i quali ne uscirebbero con le carte in regola e con le spalle più larghe di quando vi sono entrati”.
“Resta la questione dei casellari, e qui - dice l’esponente della Cei - parlo da vescovo senza entrare in alcuna polemica di parte, perché il principio che invoco vincola chiunque governi e chiunque si opponga. Una pena scontata è finita. La Chiesa ha speso decenni a ripetere che l’uomo il quale ha pagato torna cittadino a pieno titolo, e l’articolo ventisette della nostra Costituzione stabilisce che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato, per cui se quel principio vale quando andiamo a chiedere un posto di lavoro per chi esce dal carcere, e io lo chiedo spesso, continua a valere quando quello stesso uomo si siede a un tavolo di trattativa. Adoperare il passato giudiziario di una persona per indebolirla come controparte capovolge la logica del reinserimento che noi stessi predichiamo nelle carceri, e io quella logica la difendo anche quando chi se ne avvantaggia mi è lontano per idee e per linguaggio, perché un principio applicato soltanto agli amici ha smesso di essere un principio ed è diventato una convenienza”. (di Elena Davolio)