"Qui i bambini non entrano": locali child-free, 'senza motivo è discriminazione'

Massimiliano Dona, presidente dell'Unione nazionale consumatori, all'AdnKronos: "Non basta dire che il locale è privato per fare come si vuole, serve una giustificazione"

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10 settembre 2026 | 15.32
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"Lasciate che i bambini (non) vengano a me". I locali child-free, (che vietano l’ingresso ai bambini), fanno discutere mamme, papà, single incalliti e utenti social. "Finalmente", scrive qualcuno. "Vergognatevi", risponde qualcun altro. "In piena crisi demografica - si legge su qualche profilo social - ci mancano anche le discriminazioni contro chi fa figli, un'apartheid contro la natalità".

Qualcuno rivendica la scelta sulla base del "diritto al silenzio", mentre associazioni, e non solo cattoliche, ribadiscono la necessità di una tutela della famiglia: e senza discriminazioni. Massimiliano Dona, presidente dell'Unione nazionale consumatori, dice all'AdnKronos che "un locale child-free non è automaticamente illegale, in quanto non esiste un divieto espresso generale dei locali “child-free”. "Però - aggiunge - escludere i bambini in quanto categoria può porre un problema di discriminazione".

"La questione giuridica - prosegue all'AdnKronos- sta nel bilanciamento tra libertà d’impresa del gestore e principio di uguaglianza e non discriminazione: quindi non basterebbe dire “il locale è privato e il titolare fa come vuole”. "La legittimità - dice - dipende da "come" il divieto è formulato e soprattutto da quale giustificazione concreta viene data: se l’esclusione è generica e indiscriminata è più facilmente contestabile".

"E' onere di chi fa la restrizione giustificarla, ad esempio un'area child free potrebbe essere motivata dal fatto che le dimensioni del ristorante, sono tali per cui un passeggino ingombrerebbe, ci sono tanti gradini o un cocktail bar con bottiglie ad altezza bambino, ma tendenzialmente - prosegue Dona all'AdnKronos - la giustificazione equivale a una grossa difficoltà per l'esercente: ci vorrebbe la guardia di finanza o la polizia municipale che va a verificare se il divieto è motivato oppure no". "Il nodo - prosegue Dona - è che la libertà d’impresa non è assoluta: se si esclude una categoria di persone senza una giustificazione oggettiva e proporzionata, può emergere un problema di discriminazione", sottolinea Dona.

Qualcuno fa notare che basterebbe fare aree "silenziose" con regole di comportamento per tutti: "Se il problema è il tono di voce, questo deve valere per tutti, bambini e adulti, altrimenti diventiamo il Sudafrica", dice qualche mamma.

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