"Il sequestro non fu solo opera delle Br, ma un'azione coordinata con gruppi esterni"
Quarantotto anni dopo uno dei più drammatici eventi della storia della Repubblica, il sequestro e l’uccisione dello statista democristiano Aldo Moro continuano a rivelare lati nascosti e segreti mai pienamente chiariti. Il libro “Storia segreta del caso Moro” del giornalista Stefano Romei, con prefazione dell’ex giudice Guido Salvini e pubblicato da All Around Edizioni, offre una prospettiva inedita, basata su documenti, testimonianze e confronti internazionali, che porta a riconsiderare certezze e narrazioni consolidate.Romei parte da un interrogativo fondamentale: quanto del sequestro di via Fani a Roma il 16 marzo 1978 fu realmente opera delle Brigate Rosse e quanto, invece, frutto di un coordinamento internazionale?
Nel libro emerge che l’attacco, ribattezzato “Operazione Fritz”, potrebbe essere stato eseguito con il supporto di elementi esterni, provenienti dai terroristi della Raf tedesca e da gruppi palestinesi filo-sovietici legati all’ambasciata dell’Iraq. L’ipotesi rompe la narrazione tradizionale, che attribuisce interamente alle Br la responsabilità materiale dell’azione, e spinge a rileggere le dinamiche militari di quel giorno: neutralizzare la scorta, lasciando Aldo Moro illeso, senza supporto esterno sarebbe stato praticamente impossibile per le Br, incapaci di un’azione così complessa.
Uno degli elementi riguarda i tempi. Contrariamente a quanto sostenuto da Adriana Faranda, che indica la riunione della direzione strategica di febbraio 1978 come momento decisionale, Romei documenta che la scelta di via Fani risale all’inverno del 1977, riprendendo una testimonianza del brigatista Raffaele Fiore. È una precisazione apparentemente minore, ma cruciale: coinciderebbe con la formazione del commando congiunto Br-Raf e con la consapevolezza che il sequestro non sarebbe potuto avvenire senza vittime tra la scorta. Le Br, infatti, non possedevano né l’addestramento né l’armamento adeguato per un’azione di tale precisione.
Nel libro, Romei descrive con minuzia le fasi dell’attacco, l’organizzazione del commando e la presenza di sette-otto membri aggiuntivi mai individuati prima, alcuni dei quali probabilmente appartenenti alla Raf o a cellule filo-sovietiche. Le analisi del Dna, ancora in corso presso la Procura di Roma, costituiscono un altro tassello di questa ricostruzione.
I reperti dell’auto dei brigatisti targata CD (Corpo Diplomatico) hanno restituito sette profili non attribuiti. Ex membri italiani come Giovanni Senzani risultano esclusi, suggerendo che le cosiddette “presenze esterne” non siano mai state identificate correttamente. Romei sottolinea come tali profili potrebbero coincidere con terroristi stranieri, confermando la tesi di un intervento internazionale organizzato con professionalità militare.Un’altra scoperta affascinante riguarda la figura di Mario Moretti, capo delle Br.
Secondo l’autore del nuovo libro, Moretti non era presente a via Fani, come se fosse stato volutamente escluso dall’azione, una strategia analoga a quella adottata dalla Raf durante il sequestro di Hanns-Martin Schleyer, presidente della Confindustria tedesca, avvenuto il 5 settembre 1977 a Colonia. L’idea era garantire la continuità dell’organizzazione anche dopo eventuali perdite, preservando la leadership dei gruppi terroristici. In questo contesto, Moretti potrebbe essere stato il vero architetto dell’operazione, a distanza, mentre il commando sul posto era formato da due nuclei perfettamente coordinati, uno brigatista (secondario) e l’altro composto da elementi esterni addestrati (principale).
Romei fa emergere anche dettagli materiali che finora erano passati inosservati, ma che rivelano aspetti fondamentali dell’azione. Tra questi i tre berretti da aviere acquistati da Adriana Faranda, due con il grado di tenente e uno di capitano - mentre i membri brigatisti del gruppo di fuoco erano quattro - e due motociclette, la famosa Honda blu e una seconda moto rosso-bordeaux, utilizzate per trasportare alcuni membri del commando e facilitare la fuga. Testimonianze di protagonisti come l’ingegner Alessandro Marini e Luca Moschini, confermate dalla Commissione Antimafia della scorsa legislatura, attestano la presenza di questi veicoli, mai menzionati dai brigatisti nelle loro dichiarazioni.
Nei reperti dell’auto targata CD sono stati trovati anche farmaci come Detoxicon, probabilmente assunti da uno dei terroristi tedeschi, il cui ruolo e la cui presenza collegano direttamente il sequestro Moro a modelli operativi della Raf. Non meno sorprendenti sono le rivelazioni sulle trattative internazionali per la liberazione di Moro, sempre negate dai vertici brigatisti e ammesse solo da Morucci e Faranda nella versione italiana dei contatti con Lanfranco Pace e Franco Piperno.
Romei porta alla luce il ruolo di Ion Mihai Pacepa, ex alto ufficiale della Securitate rumena, e di Tito come intermediari tra Ceausescu e le Br. Come descritto nel suo libro più famoso “Red Horizons” del 1987 e confermato negli scorsi anni in alcune interviste, le Br risposero il 6 maggio 1978, mentre il 7 maggio l’inviato di Tito riferì l’esito negativo a Ceausescu, pochi giorni prima dell’omicidio di Moro. Questi dettagli, poco noti alla storiografia italiana, indicano come il sequestro fosse un evento inserito in un contesto geopolitico molto più ampio di quanto finora considerato. Nel libro emergono anche elementi apparentemente minori ma estremamente significativi, come il fatto che l’attacco in via Fani non fu un improvvisato assalto urbano, ma un’azione orchestrata nei minimi dettagli.
La disposizione dei veicoli, l’uso delle motociclette per movimentare alcuni membri del commando e l’attenzione ai gradi e ai ruoli militari dei partecipanti suggeriscono un livello di pianificazione e coordinamento raramente associato alle Brigate Rosse. Romei mostra come il sequestro Moro sia una “copia” quasi perfetta del sequestro Schleyer, rafforzando l’ipotesi che gli stessi metodi e, probabilmente, alcuni degli stessi attori, abbiano avuto un ruolo anche in Italia. Il lavoro di Romei non offre solo una nuova interpretazione della vicenda, ma indica anche direzioni concrete per la ricerca della verità.
Le analisi Dna sui reperti dell’auto targata CD, se completate e confrontate con dati internazionali, potrebbero finalmente identificare le presenze esterne, mentre la documentazione sulle trattative con Pacepa e Tito apre scenari su connessioni diplomatiche e di intelligence finora ignorate.
L’insieme di queste prove suggerisce che la storia ufficiale, basata prevalentemente sulla narrativa brigatista, non riesce a spiegare tutte le anomalie e le contraddizioni emerse negli anni. In definitiva, “Storia segreta del caso Moro” non pretende di dare tutte le risposte, ma cambia radicalmente il modo di leggere il sequestro: invita a considerare l’operazione come un evento internazionale, articolato e attentamente pianificato, con presenze esterne addestrate, assenze strategiche di leader brigatisti e trattative internazionali dimenticate. Il libro apre così la porta a una nuova fase di discussione, sia per la storiografia che per le indagini giudiziarie ancora aperte, mostrando come, a quasi cinque decenni dai fatti, la verità sul caso Moro resti più complessa di quanto si sia mai creduto. (di Paolo Martini)