Sui social giovani confessano disturbi memoria e linguaggio, psicoterapeuta: "Tre aspetti da indagare"

Lavenia (DiTe): "Naturalmente non è la tecnologia in sé il problema, ma il modo in cui viene utilizzata. L’uso consapevole della rete può essere anche stimolante dal punto di vista cognitivo. Il rischio emerge quando l’esperienza digitale diventa continua, compulsiva, frammentata e sostituisce attività fondamentali per lo sviluppo mentale: conversazione, lettura, riflessione, relazioni reali".

(Photo by ARUN SANKAR / AFP)
(Photo by ARUN SANKAR / AFP)
12 marzo 2026 | 15.13
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Su TikTok, ma non solo, aumentano i video di giovani che confessano disturbi della memoria e del linguaggio, una sorta di 'burnout' effetto dell'abuso del web in tutte le sue sfaccettature "Bisogna fare chiarezza: il termine 'burnout da social' non esiste. Ma negli ultimi anni la ricerca scientifica ha documentato diversi effetti cognitivi associati a un uso intensivo e disorganizzato di smartphone e social media, soprattutto nei più giovani. Quindi il fenomeno che molti ragazzi raccontano non va liquidato come suggestione. Ci sono almeno tre aspetti cognitivi che la letteratura ha iniziato a osservare con una certa costanza". Lo spiega all'Adnkronos Salute Giuseppe Lavenia, psicoterapeuta e presidente Associazione nazionale dipendenze tecnologiche, gap e cyberbullismo (DiTe).

Il primo riguarda l’attenzione. "L’ambiente dei social è costruito su stimoli rapidissimi, notifiche, video brevi e passaggi continui tra contenuti. Questo allena il cervello a una modalità di funzionamento fatta di interruzioni costanti e cambi di focus. Alcuni studi - ricorda Lavenia - hanno mostrato che anche la sola presenza dello smartphone vicino durante un compito cognitivo può ridurre le risorse attentive disponibili. Nel tempo questo può tradursi in difficoltà a mantenere la concentrazione su attività più lunghe e complesse.

Il secondo riguarda la memoria. "Esiste un fenomeno noto come digital memory offloading': quando sappiamo che le informazioni sono sempre disponibili online, tendiamo a memorizzarle meno. Non ricordiamo il contenuto, ma dove trovarlo. Non è necessariamente patologico, ma - avverte - se diventa lo stile cognitivo dominante può ridurre l’allenamento della memoria, soprattutto nei ragazzi che passano molte ore tra social, video e ricerca rapida di informazioni".

Il terzo riguarda il linguaggio. "Sempre più clinici segnalano un impoverimento del lessico e una maggiore difficoltà nel recupero delle parole. Non significa che i social 'rovinino il cervello', ma che cambiano il modo in cui comunichiamo: messaggi brevi, emoji, video, frasi abbreviate. Se la comunicazione complessa leggere, raccontare, argomentare viene sostituita quasi del tutto da scambi veloci, anche le competenze linguistiche rischiano di risentirne. A questo - osserva lo psicoterapeuta - si aggiunge un elemento spesso sottovalutato: il sovraccarico cognitivo. Il cervello è continuamente esposto a una quantità enorme di informazioni, immagini e stimoli emotivi. Questa iperstimolazione può generare fatica mentale, quella sensazione che molti ragazzi descrivono come “mente vuota”, difficoltà a ricordare, o fatica a esprimersi con chiarezza".

Secondo Lavenia, "naturalmente non è la tecnologia in sé il problema, ma il modo in cui viene utilizzata. L’uso consapevole della rete può essere anche stimolante dal punto di vista cognitivo. Il rischio emerge quando l’esperienza digitale diventa continua, compulsiva, frammentata e sostituisce attività fondamentali per lo sviluppo mentale: conversazione, lettura, riflessione, relazioni reali. Per questo motivo il fenomeno che alcuni ragazzi raccontano sui social merita attenzione. Non possiamo parlare di una vera e propria 'nuova malattia', ma - conclude - di un cambiamento dello stile cognitivo indotto dall’ambiente digitale, che la psicologia e le neuroscienze stanno iniziando a studiare con sempre maggiore attenzione. E che, soprattutto negli adolescenti, può avere effetti molto concreti sul modo di pensare, ricordare e comunicare".

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