Truffa da 36 milioni di euro, l'ex presidente di Fideuram ingannato su WhatsApp

La procura di Milano indaga sull'operazione, c'è un nome straniero nel mirino dei magistrati

Una persona con lo smartphone - (Fotogramma)
Una persona con lo smartphone - (Fotogramma)
25 settembre 2026 | 13.37
LETTURA: 2 minuti

Un messaggio Whatsapp e una truffa che rischiamo di costare 36 milioni di euro: è il 'prezzo' che Fideuram potrebbe pagare per una truffa messa a segno contro l'ex presidente Paolo Molesini. Come ha ricostruito il 'Corriere della Sera' a febbraio scorso infatti Molesini riceve un messaggio WhatsApp che sembrava giungere da Carlo Messina, amministratore della capogruppo Banca Intesa. Nel testo si indicava la necessità di operare attraverso la tesoreria di Fideuram (per via di presunti problemi pratici a Intesa) una serie di bonifici per circa 95 milioni di euro. A motivare queste somme, la necessità di concludere all'estero una operazione finanziaria interessante per il gruppo.

A sostenere l'inganno, la telefonata di un legale di un importante studio internazionale, un personaggio avvocato d’affari che Moresini conosce: in realtà al telefono era uno dei complici della truffa la cui voce replicava ad arte quella del legale grazie a strumenti di intelligenza artificiale. In aggiunta, alcune mail - anche queste perfettamente contraffatte - indicavano a Fideuram le coordinate delle società e dei conti esteri sui quali operare i pagamenti. Tutto così credibile da convincere Molesini a dare disposizione al direttore finanziario di Fideuram di operare i bonifici.

L'operazione mette però in allerta i sistemi di sicurezza interna di Fideuram che portano in tempi brevi a lanciare l'allarme e a mettere in moto i sistemi di collaborazione interbancaria internazionale. Grazie a questa 'velocità' in un istituto cinese vengono identificati, bloccati e quindi restituiti a Fideuram 40 milioni di euro, mentre l’indagine dei pm Alfonso Serritiello e Barbara Benzi, con la collaborazione dei colleghi di Lisbona sotto l’egida di Eurojust, rivela in una banca in Portogallo altri 13 milioni, sequestrati prima che svanissero nel nulla. Mancano ancora all'appello almeno 36 milioni finiti conti esteri, e a un certo punto convertiti in criptovalute, una somma che ora gli inquirenti cercano di rintracciare con rogatorie in mezzo mondo prima che i truffatori riescano a monetizzare i bitcoin. Dopo la disavventura comunuqe Molesini, non indagato e non destinatario di alcun contenzioso avviato dal proprio istituto, a marzo annunciò le dimissioni da presidente «per ragioni personali».

C'è un nome sicuramente iscritto nel registro degli indagati. Il nome - straniero e forse fittizio - viene indicato nel decreto di sequestro preventivo dello scorso maggio. La Procura di Milano - non nuova a indagare su questi raggiri - ha attivato una serie di rogatorie internazionali per provare a recuperare i 36 milioni che mancano e ricostruire chi c'è dietro la complessa operazione.

Riproduzione riservata
© Copyright Adnkronos
Tag
Vedi anche


SEGUICI SUI SOCIAL

threads whatsapp linkedin twitter youtube facebook instagram

ora in
Prima pagina
articoli
in Evidenza