Fino a lunedì in mostra a Bologna
La maschera della Regina Elisabetta II diventa oggetto simbolico capace di sovvertire la quotidianità non solo di chi la indossa ma anche di chi osserva. E' il senso del progetto fotografico di Sonia Romani, curato da Artierranti per Archivio Aperto, che quest'anno propone il tema 'Upside down/Sottosopra': negli spazi di Mezzaria Community Hub di Bologna, sarà possibile visitare fino a lunedì prossimo la mostra 'A queen in the mirror', con la quale l'artista abruzzese compone un ritratto di famiglia peculiare, dove il travestimento diventa uno spazio di libertà in cui capovolgere la norma. "E' la storia di qualcuno che non ambisce a essere qualcun altro, ma che veste i panni dell’altro - spiega Artierranti - Una trasformazione istantanea, che si offre come possibilità di uscire dal proprio contesto per abitarne uno diverso. Nessuno sforzo adattativo né etico, nessun rimpianto e nessun tradimento. Le foto documentano un gioco tra nonna e nipote: un ribaltamento di ruoli che permette l’accesso a un dialogo rinnovato, in cui la pratica del travestimento racconta una storia che altrimenti rimarrebbe senza voce".
"Mia nonna non era una vera e propria fan della Regina Elisabetta - racconta la Romani all'Adnkronos - Tutto è nato per caso, dopo che un mio amico mi ha portato da Londra la maschera della sovrana. Lavoravo già sul tema del travestimento e con mia nonna è nato un gioco di ruolo molto divertente. Aveva 80 anni quando abbiamo incominciato e siamo andate avanti per 5 anni con grande entusiasmo, specialmente durante i set fuori porta, quando anche da parte di chi capitava attorno era impossibile non notare le sue performance. Le curatrici della mostra hanno pensato di ambientare le fotografie, prese in contesti privati o rurali, in installazioni dove hanno riprodotto la classica casa delle bambole, intesa come luogo sia restrittivo che di evasione: nel primo caso, perché serviva ad abituare i reali, fin da bambini, al destino che li attendeva, che non avevano scelto e da cui non potevano evadere. Nel secondo, perché anche mia nonna aveva vissuto una vita di sacrifici che non aveva potuto scegliere e a cui era predestinata. Però, la maschera, indossata mentre svolgeva i suoi impegni, le consentiva, ironicamente, di allontanarsi dalla sua realtà, anche per un solo momento, giusto il tempo di uno scatto fotografico".
Nelle foto in mostra, appare un contesto, rurale, del tutto discordante da quello delle immagini ufficiali che rappresentano la Regina Elisabetta. Adesso, si affaccia sulla scena - e certamente non dalle finestre di Buckingham Palace - una nuova regina, che interpreta la regalità, più semplice, della vita quotidiana lontana dal Palazzo, accostando due elementi assolutamente riconoscibili: da un lato, l’icona regale e, dall’altro, il focolare domestico. Tutto questo genera, in chi osserva, quasi sbirciasse dal buco di una serratura, un senso profondo di straniamento. Puntando i suoi occhi verso di noi, la 'nonna-regina' ci invita a prendere parte al suo gioco ironico. "La casa e gli spazi - sottolinea l'associazione culturale che ha promosso la mostra - raccontano una ricchezza autentica, antica, fatta di gesti ripetitivi dettati dai ritmi della famiglia e della natura, dal ritorno incessante dei tempi e delle stagioni. Il fuoco del camino si offre come sottofondo a questo gioco di possibilità in cui la Regina veste un quotidiano dissonante e dove l’altra regina, quella dietro la maschera, mostra il suo regno in tutta la sua verità. Due mondi lontanissimi, accomunati però dalla stessa ritualità del dovere: una gabbia identitaria da cui il semplice vestire i panni dell’altra permette di evadere, anche solo per un attimo".
Come raccontato dalla Romani, la 'nonna-regina', nella mostra, è contestualizzata in una casa delle bambole, dove avviene la trasformazione istantanea che si offre come possibilità di uscire dal proprio contesto per abitarne uno diverso. E' il 'gioco' in cui la maschera della Regina Elisabetta, da souvenir di viaggio diviene simbolo di trasformazione, frattura dalla quale nascono nuove possibilità, nuovi margini fruibili che non annullano il contesto ma che lo restituiscono come spazio reinventato. Ed Elisabetta II possedeva effettivamente una propria casa delle bambole, che ricevette dagli abitanti del Galles, come regalo per il suo sesto compleanno: un piccolo cottage pensato a misura di bambina. Si trattava di un oggetto che rappresentava la classe di appartenenza, di genere e che era normativo. Le bambine borghesi vi vedevano rispecchiati la propria realtà domestica e il proprio destino; per quelle della classe operaia fungeva invece da messaggio compensativo: guardare dentro la casa dei ricchi spronava a lavorare duramente per sperare in un riscatto futuro.