Il direttore dell'Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane di Londra traccia un bilancio in occasione della ricorrenza del referendum sulla Brexit
“Nel corso di questi dieci anni lo scambio commerciale tra Italia e Regno Unito ha retto bene il duro colpo, ma ammetto che le previsioni alla vigilia dell’uscita del Paese dall’Unione Europea erano molto catastrofiche”. Ad affermarlo all'Adnkronos è Giovanni Sacchi, direttore dell’Ice di Londra, l'Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane, tracciando un bilancio in occasione della ricorrenza del referendum sulla Brexit, il quale avrebbe dovuto rappresentare un momento critico per l'export italiano, ma “i dati raccontano una storia di grande tenuta e maturità - spiega Sacchi -. Se facciamo un passo indietro al 2016, alla vigilia del voto, i modelli predittivi parlavano di un potenziale crollo verticale delle nostre quote di mercato”.
Tuttavia, la realtà dei fatti ha preso una piega decisamente diversa. “I timori di un collasso verticale e immediato dei flussi commerciali sono stati smentiti dai fatti, evidenziando come il mercato abbia dimostrato una capacità di adattamento superiore alle previsioni della vigilia, stabilizzandosi su un valore complessivo di interscambio che ultimamente ha superato i 34 miliardi di euro su base annua”, ha specificato Sacchi.
Nel corso del 2025, secondo i dati Ice, l’Italia ha registrato inoltre un surplus commerciale strutturale record che ha toccato il picco di 19,4 miliardi, trainato da esportazioni che si sono mantenute molto elevate, a quota 26,9 miliardi. Naturalmente, l'uscita dal mercato unico da parte del Regno Unito non è stata indolore e ha colpito in modo asimmetrico il tessuto produttivo. “Le maggiori criticità si sono concentrate nei comparti maggiormente esposti alle nuove barriere tariffarie - chiarisce il direttore -. A risentire del nuovo quadro normativo, imposto dal Ministero dell’Economia britannico, sono stati soprattutto i prodotti agroalimentari freschi, le filiere logistiche fortemente integrate e le piccole e medie imprese. Inoltre l’introduzione delle dichiarazioni doganali, delle certificazioni sanitarie e di nuovi adempimenti documentali, differenti da quelli adottati dall’Ue, ha inevitabilmente aumentato costi operativi, tempi di sdoganamento e complessità amministrativa per le imprese esportatrici”.
C’è poi un settore italiano che ha risentito significamente della Brexit come effetto indiretto: quello del lusso. “Il comparto del tessile, dell’abbigliamento, della pelletteria e delle calzature, per l’esattezza, sono quelli che hanno registrato una considerevole flessione per effetto del venir meno del tax free che era una misura molto importante che aiutava gli acquisti da parte dei turisti internazionali che sceglievano Londra per ottenere poi il rimborso della Vat, l’Iva in Italia, sui prodotti acquistati. Come conseguenza, le vendite dei prodotti di lusso italiani si sono progressivamente ridotte nel corso degli ultimi anni e attualmente si sono attestate su un livello che è circa un terzo più basso rispetto al 2019, l’anno dell’inizio della misure dettate dal nuovo corso commerciale post Brexit”.
Come anticipato, però, gran parte del Made in Italy ha saputo incassare il colpo e riorganizzarsi brillantemente. “Numerosi altri comparti hanno comunque dimostrato una notevole capacità di adattamento. Tra questi spiccano la farmaceutica, la meccanica strumentale, l'alimentare confezionato e delle bevande, oltre al design e all'arredamento”. In vari momenti successivi alla Brexit, proprio questi settori hanno registrato tassi di crescita molto sostenuti. Ma non è solo l’export italiano verso il Regno Unito che si è dovuto adattare alle nuove misure ed esigenze dettate dal mercato. Anche le stesse istituzioni hanno dovuto riformulare il proprio approccio nel supportare le aziende italiane verso il Regno Unito, così come le inglesi verso il Belpaese. L'Ice di Londra, ad esempio, ha istituito un apposito desk assistenza Brexit.
“Il ruolo dell'Ice si è trasformato profondamente”, racconta Sacchi, spiegando che l'agenzia è passata “da promotrice commerciale a partner strategico delle imprese nella gestione della complessità post abbandono Ue, offrendo un supporto operativo cruciale su dogane, etichettatura, standard tecnici e certificazioni”.
Guardando al futuro, il rapporto economico tra i due Paesi sembra destinato a evolversi ulteriormente, forte di legami bilaterali solidi e di investimenti diretti da ambo le parti. Le sfide non mancheranno, legate principalmente alla gestione delle procedure doganali, alla concorrenza internazionale e al progressivo distacco delle normative britanniche dagli standard europei. Tuttavia, le nuove frontiere commerciali sono altrettanto ampie. Sacchi vede infatti un potenziale molto rilevante in settori emergenti come tecnologie per la transizione energetica, intelligenza artificiale e soluzioni digitali negli ambiti life sciences e aerospace.
“A mio avviso la partita per il prossimo decennio si giocherà sulla qualità e sulla rapidità di innovazione che il nostro Paese potrà e dovrà offrire. L'Italia gode nel Regno Unito di una reputazione straordinariamente forte in termini di qualità, innovazione e stile", conclude il direttore Sacchi, lanciando un messaggio di ottimismo: “Se le imprese sapranno continuare a investire e a rinnovarsi con un occhio alla sostenibilità e al presidio diretto del mercato contro l’agguerrita concorrenza extra europea, il commercio italo-britannico potrà continuare a crescere anche nel prossimo decennio, nonostante il nuovo contesto generato dalla Brexit”. (di Alessandro Allocca)