Ai seggi domenica 4 ottobre, Mori (Ispi): "Esito incerto, età problema per leader di sinistra, vittoria del figlio di Jair sarebbe colpo enorme per le destre"
Il Brasile torna alle urne domenica 4 ottobre per scegliere il presidente che guiderà per i prossimi quattro anni la più grande democrazia e la maggiore economia dell'America Latina. La sfida ripropone, con protagonisti solo in parte diversi, la profonda polarizzazione già vista nel 2022: da una parte il presidente Luiz Inácio Lula da Silva, 80 anni, leader del Partito dei Lavoratori (Pt) e candidato a un quarto mandato; dall'altra il senatore 45enne Flavio Bolsonaro, esponente del Partito Liberale (Pl) e figlio dell'ex presidente Jair Bolsonaro, sconfitto quattro anni fa da Lula e oggi detenuto dopo la condanna per il tentativo di sovvertire l'esito di quelle elezioni. I candidati in corsa sono 13, ma i sondaggi indicano da mesi un duello dominato da Lula e Bolsonaro. "Non si sa veramente chi possa prevalere", spiega all'Adnkronos Antonella Mori, responsabile del Programma America Latina dell'Ispi e docente di Macroeconomia all'Università Bocconi, sottolineando come il Brasile resti "un Paese polarizzato", dove una quota consistente dell'elettorato "non voterà mai Lula" e un'altra "non voterà mai per Bolsonaro".
Per essere eletto già domenica un candidato dovrà ottenere più della metà dei voti validi, escluse quindi le schede bianche e nulle. Se nessuno supererà il 50%, i primi due classificati torneranno alle urne il 25 ottobre per il ballottaggio. Lula, che nel 2022 sconfisse Jair Bolsonaro con appena il 50,9% contro il 49,1%, parte con un leggero vantaggio al primo turno, ma nell'eventuale ballottaggio i due risultano sostanzialmente appaiati.
L'ultimo sondaggio AtlasIntel/Bloomberg, pubblicato il 29 settembre, accredita infatti Bolsonaro del 47,7% e Lula del 47,6%, appena un decimo di punto di differenza e ampiamente all'interno del margine di errore. "C'è anche una grossa percentuale di brasiliani che sono veramente stanchi" e quindi più disponibili a cambiare scelta, osserva Mori: "Dobbiamo veramente aspettare l'esito delle elezioni per vedere come andranno. Non riesco ad avere un motivo per essere più orientata, come scenario, da una parte piuttosto che dall'altra".
Per Lula potrebbe essere l'ultimo capitolo di una carriera politica iniziata mezzo secolo fa. Ex operaio e sindacalista, tre volte presidente e alla sua settima candidatura alla guida del Paese, il leader della sinistra rivendica il calo della disoccupazione e delle disuguaglianze e punta sul rafforzamento dei programmi sociali e del potere d'acquisto delle fasce più povere. "L'economia non sembra in realtà il punto centrale di queste elezioni", osserva Mori, ricordando che il Paese cresce attorno al 2%, anche se rimangono "problemi di disuguaglianza enormi" e molte famiglie sono fortemente indebitate in un contesto di tassi di interesse elevati. Lula punta quindi soprattutto sulla "giustizia sociale", che secondo l'esperta "sente veramente come obiettivo, anche per la propria storia personale". Mori evidenzia tuttavia un 'elefante nella stanza' che pesa sulla candidatura del nativo del Pernambuco: "Un problema grandissimo di Lula è l'età - sottolinea - Adesso è molto dinamico ma compie fra poco 81 anni e alla fine di un eventuale nuovo mandato ne avrebbe 85".
Flavio Bolsonaro raccoglie invece l'eredità politica del padre con una piattaforma incentrata su sicurezza, valori conservatori, riduzione della spesa pubblica e della burocrazia e politiche favorevoli alle imprese. "Faremo un taglio netto alla burocrazia e alle tasse", ha promesso il senatore, che ha fatto di "Il Brasile vincerà" lo slogan della campagna e ha nella stella della nazionale di calcio verdeoro, l'amatissimo Neymar Jr, il suo più noto sostenitore. Secondo Mori, la forza della sua candidatura nonostante gli scandali che hanno coinvolto il padre, si spiega innanzitutto con l'ormai consolidato "bipolarismo brasiliano": una parte consistente dell'elettorato resta legata al bolsonarismo e continua a contestare la legittimità della sconfitta del 2022. Flavio presenta inoltre un profilo diverso dal padre: "È una persona più pacata", osserva l'esperta, e ha già assicurato che "rispetterà il risultato delle elezioni", inviando così "messaggi più da persona democratica e moderata". Una scelta che può allargarne l'appeal, mentre sul fronte opposto "c'è un tale sentimento in una percentuale della popolazione contro Lula" che, qualunque sia l'alternativa, "non voterebbero mai Lula".
Tra i temi sui quali Bolsonaro punta maggiormente c'è la sicurezza. "Se vinco io, lotta alla criminalità, lotta alla delinquenza", sintetizza Mori, ricordando che si tratta di "un tema molto sentito in Brasile", dove il livello di violenza resta elevato. È un elemento che accomuna la campagna brasiliana ad altre recenti esperienze latinoamericane. "È un po' un pendolo tipico", spiega Mori a proposito della recente avanzata delle destre nella regione. Dopo la cosiddetta onda rosa dei primi anni Duemila, l'America Latina ha già attraversato diverse alternanze tra governi progressisti e conservatori, spesso alimentate dall'insoddisfazione per chi è al potere. Problemi persistenti come "la violenza, la criminalità, il narcotraffico, le disuguaglianze" portano infatti gli elettori "a essere scontenti con chi sta governando". A incidere può essere anche il modello di Nayib Bukele in El Salvador, dove la drastica riduzione della criminalità ha accresciuto il consenso del presidente, anche se Mori avverte che soluzioni adottate in un Paese così piccolo difficilmente possono essere replicate nelle grandi nazioni della regione.
La posta in gioco va però ben oltre i confini brasiliani. "Il Brasile non sta nel cortile di nessuno", ha scandito Lula all'Assemblea generale dell'Onu a New York, facendo della difesa dell'autonomia strategica del Paese uno dei temi della sua campagna. Negli ultimi anni il presidente ha rafforzato i rapporti con Cina ed Europa e rilanciato il peso di Brasilia nei Brics e nei forum multilaterali. Una vittoria di Bolsonaro sposterebbe invece a destra anche il gigante sudamericano, dopo una sequenza di successi conservatori nella regione. "Se vincesse in Brasile sarebbe naturalmente un colpo enorme, perché il Brasile è il più grosso Paese dell'America Latina - sottolinea Mori - È uno dei Paesi del G20, è uno dei Paesi dei Brics. Sarebbe un cambiamento molto, molto importante". Donald Trump si è preso i meriti per la tendenza regionale e non ha nascosto la sua soddisfazione: "Sono passati dall'essere di sinistra all'andare a destra. Stanno andando tutti a destra - ha commentato recentemente - Stiamo andando molto bene in Sud America".
Proprio il rapporto con Washington è diventato uno dei temi centrali della campagna. Lula, spiega Mori, "sta puntando molto sui temi di sovranità nazionale, di difesa delle proprie materie prime", sostenendo che il Brasile non debba diventare "una specie di colonia" degli Stati Uniti. Con Bolsonaro, invece, i rapporti con Washington "saranno, se dovesse vincere, molto forti" per la vicinanza politica e ideologica con Trump. L'amministrazione americana ha imposto nuovi dazi sui prodotti brasiliani, mentre Brasilia ha accusato Washington di interferenze nel processo elettorale, accuse respinte dagli Stati Uniti. Lo stesso Trump aveva ricevuto Bolsonaro nello Studio Ovale lo scorso maggio. Il presidente americano considera la crescita dei governi a lui vicini nella regione un successo politico, mentre Lula ha cercato di trasformare la contrapposizione con Washington in una questione di sovranità nazionale.
Una vittoria di Bolsonaro non significherebbe tuttavia una rottura economica con Pechino. "La Cina è il principale partner commerciale del Brasile, importa tantissime materie prime, ma anche soia, carne, materie prime agricole. Su quello non ci sarebbe nessuna differenza", afferma Mori. Un governo Bolsonaro potrebbe invece limitare la presenza cinese in alcuni settori strategici: "Sui minerali e metalli critici potrebbe esserci un freno agli investimenti da parte di aziende cinesi in Brasile", così come nelle infrastrutture, nei porti e nelle telecomunicazioni. Ma il legame commerciale di fondo resterebbe intatto, anche perché "parte dell'elettorato di Bolsonaro è proprio la parte dell'agrobusiness". "La Cina continuerà a essere il principale partner commerciale", prevede Mori: eventuali cambiamenti riguarderebbero "solo le cose veramente critiche di interesse strategico americano", che dal punto di vista economico rappresentano "una piccola parte delle relazioni economiche con la Cina".
Il clima di polarizzazione investe infine anche chi quelle elezioni dovrebbe raccontarle. Tapajós de Fato, sito indipendente dell'Amazzonia impegnato soprattutto sui temi ambientali e sui diritti delle popolazioni indigene, ha deciso di non seguire la campagna elettorale dopo una serie di minacce contro i suoi giornalisti.
"Abbiamo paura di morire e di mettere a rischio la sicurezza delle nostre famiglie", ha spiegato il cofondatore Marcos Wesley Pedroso. Le organizzazioni brasiliane per la libertà di stampa hanno denunciato migliaia di attacchi online contro giornalisti e testate durante la campagna. Un ulteriore segnale della tensione che accompagna un voto destinato a decidere non soltanto chi governerà oltre 200 milioni di brasiliani, ma anche quale posizione occuperà il Brasile in un'America Latina sempre più orientata a destra e nella competizione globale tra Stati Uniti e Cina.