Dal 1938 solo in due casi il capo della Casa Bianca non è uscito con le ossa rotte dal voto di metà mandato
Le elezioni di metà mandato rappresentano storicamente uno degli esami più difficili per un presidente americano in carica e spesso segnano uno spartiacque negativo per la sua amministrazione. Lo sa bene Donald Trump, alle prese con sondaggi sfavorevoli e impegnato a convincere l'elettorato repubblicano a votare il prossimo 3 novembre come se il suo nome fosse sulla scheda. Nel tentativo di mobilitare una base che, secondo i sondaggi, non appare del tutto entusiasta del suo operato, il tycoon ha promesso persino un assegno da 5mila dollari a ogni cittadino americano adulto qualora il Gop riuscisse a mantenere il controllo sia della Camera che del Senato. Una proposta apparentemente disperata e dai costi miliardari, ancora priva di un piano di finanziamento definito. La storia, d'altronde, aiuta a comprendere le preoccupazioni di Trump: dalla Seconda guerra mondiale, in 18 delle 20 elezioni di metà mandato il partito del presidente ha perso seggi alla Camera dei Rappresentanti.
Le midterm, oggi considerate quasi una 'mission impossible' per chi governa, hanno una storia lunga oltre due secoli. Le prime si svolsero nel 1790-1791, durante la presidenza di George Washington, quando gli Stati Uniti erano ancora una giovanissima repubblica e non esistevano i due grandi partiti che oggi dominano la scena politica. All'epoca, il Congresso era diviso soprattutto tra sostenitori e oppositori dell'amministrazione Washington, con i primi che riuscirono a conservare il controllo di entrambe le Camere. La prima grande sfida tra Repubblicani e Democratici sarebbe arrivata solo nel 1858, sotto la presidenza del democratico James Buchanan: in quell'occasione, il Gop, nato appena quattro anni prima e ancora rappresentato sulle 'ballot' dall'aquila (l'elefante sarebbe arrivato solo nel 1874), conquistò un numero di seggi superiore a quello dei Democratici, senza tuttavia ottenere da solo la maggioranza assoluta alla Camera. Passando all'era moderna, il bilancio per i presidenti è invece particolarmente severo: dal 1934 al 2022, il partito della Casa Bianca è riuscito a guadagnare seggi alla Camera soltanto tre volte su 23, nel 1934 con Franklin Delano Roosevelt, nel 1998 con Bill Clinton e nel 2002 con George W. Bush.
Limitando lo sguardo agli ultimi decenni, nel 1990 i Repubblicani di George H.W. Bush persero otto seggi alla Camera e uno al Senato, in un clima di crescenti difficoltà economiche. Quattro anni più tardi arrivò una delle sconfitte più pesanti della storia recente: a metà del primo mandato di Bill Clinton, i Democratici persero 54 seggi alla Camera e otto al Senato, consegnando ai Repubblicani il controllo di entrambi i rami del Congresso. Fu la cosiddetta "rivoluzione repubblicana", guidata da Newt Gingrich e dal suo programma Contract with America, che pose fine a quarant'anni di predominio democratico alla Camera. A pesare furono soprattutto le difficoltà incontrate da Clinton sulla riforma sanitaria e la ritrovata mobilitazione dell'elettorato conservatore. Una battuta d'arresto, sorprendente anche per le sue dimensioni, che costrinse il 42esimo presidente a rivedere profondamente la propria strategia politica.
Clinton riuscì tuttavia a ribaltare la situazione nel 1998, diventando protagonista di una delle rare vittorie del partito di un presidente in carica. Nonostante lo scandalo Monica Lewinsky e la procedura di impeachment promossa dai Repubblicani, i Democratici conquistarono quattro seggi alla Camera, senza perdere terreno al Senato. A favorirli furono la solidità dell'economia americana e la crescente insofferenza di parte dell'elettorato verso l'offensiva repubblicana contro il presidente. Un risultato ancora più favorevole arrivò nel 2002, quando George W. Bush, sull'onda della mobilitazione patriottica seguita agli attentati dell'11 settembre, vide i Repubblicani guadagnare otto seggi alla Camera e due al Senato, riconquistando il controllo di quest'ultimo. Fu l'ultima volta che il partito di un presidente in carica riuscì a conquistare seggi in entrambe le Camere durante le midterm. Ma quattro anni dopo, nel 2006, lo scenario cambiò radicalmente: il malcontento per la guerra in Iraq, la gestione dell'uragano Katrina e gli scandali politici costarono ai Repubblicani 30 seggi alla Camera e sei al Senato, permettendo ai Democratici di riprendere il controllo del Congresso. Una sconfitta che lo stesso Bush riconobbe senza troppi giri di parole, ammettendo di aver preso una "bella batosta" (thumping).
Ancora più pesante fu il verdetto delle urne per Barack Obama nel 2010, appena due anni dopo la sua storica elezione alla Casa Bianca. Nel pieno delle difficoltà economiche successive alla Grande Recessione e di fronte alla mobilitazione conservatrice del movimento Tea Party contro la riforma sanitaria fortemente voluta dal presidente, l'Obamacare, i Democratici persero 63 seggi alla Camera e sei al Senato. Una debacle che lo stesso Obama definì una "legnata" (shellacking) e che consegnò la Camera al Gop. Il presidente subì un'altra sconfitta nel 2014, quando il suo partito perse 13 seggi alla Camera e nove al Senato, lasciando ai Repubblicani il controllo di entrambi i rami del Congresso. Era la manifestazione del cosiddetto six-year itch, la "crisi del sesto anno" secondo cui gli elettori tendono storicamente a punire il partito presidenziale a metà del secondo mandato.
Neppure Donald Trump riuscì a sottrarsi alla regola durante il suo primo mandato. Nel 2018, i Democratici conquistarono 41 seggi alla Camera, strappandone il controllo ai Repubblicani grazie soprattutto alla mobilitazione dell'elettorato contrario al presidente e al sostegno raccolto nei collegi suburbani. Il Gop riuscì tuttavia a guadagnare due seggi al Senato, approfittando di una mappa elettorale favorevole. Il tycoon parlò comunque di un "enorme successo", rivendicando il risultato ottenuto al Senato nonostante la perdita della Camera. Quattro anni dopo, nel 2022, anche Joe Biden riuscì sorprendentemente a limitare i danni: nonostante l'inflazione elevata, i bassi indici di gradimento e lo spettro di una possibile ondata repubblicana, i Democratici persero soltanto nove seggi alla Camera e ne conquistarono uno al Senato, mantenendo il controllo di quest'ultimo. A favorirli contribuirono la mobilitazione dell'elettorato dopo la sentenza della Corte Suprema che aveva cancellato la tutela costituzionale del diritto all'aborto e le preoccupazioni suscitate dai candidati repubblicani che contestavano la legittimità delle elezioni del 2020.
"Fare il presidente è come cavalcare una tigre. Devi continuare a cavalcarla o finisci divorato. E nelle midterm, il pubblico sembra sempre pronto a dare una bastonata al cavaliere". Commentava così, nel 1946 Harry Truman la sua pesante sconfitta elettorale sullo sfondo delle difficoltà del dopoguerra. Ancora più caustico Lyndon B. Johnson, che nel 1966, appena due anni dopo il trionfo alle presidenziali, vide i Democratici perdere terreno al Congresso, penalizzati anche dal crescente malcontento per la guerra in Vietnam: "Un giorno ti portano in trionfo sulle spalle, e il giorno dopo ti usano come bersaglio per il tiro al bersaglio. Nelle midterm, la gente non vota per quello che hai fatto ieri, ma per la rabbia che prova oggi".