Secondo il think tank 'orbaniano' di Bruxelles il premier uscente è rimasto un "democratico fino al midollo", ma ammette che per i sovranisti la sconfitta è "una battuta d'arresto".
Il premier ungherese Viktor Orbán "è rimasto un democratico fino al midollo". Lo scrive l'Mcc di Bruxelles, un think tank considerato vicino al governo uscente dell'Ungheria. Le elezioni ungheresi di ieri, sottolinea, "hanno visto un esercizio senza precedenti dei diritti democratici da parte del popolo ungherese. Milioni di persone hanno votato per il cambiamento e il primo ministro Viktor Orbán ha concesso con eleganza la sconfitta al suo avversario".
Per l'Mcc, "questa enorme mobilitazione della popolazione dovrebbe essere il colpo di grazia alla narrazione, sempre più disperata, favorita dalle élite dell'Ue e dai media di Bruxelles, secondo cui Orbán era un pericoloso autocrate che aveva costruito un sistema antidemocratico".
La sconfitta di Orbán, concede l'Mcc, "è naturalmente una battuta d'arresto significativa per coloro che sostengono i valori che hanno caratterizzato il suo governo: sovranità nazionale, confini sicuri e fiera difesa dei valori nazionali. È un segno della profondità dell'influenza di Orbán il fatto che persino il suo avversario Péter Magyar sia stato costretto a parlare in questi termini".
Per il think tank, "le élite europee dovrebbero anche evitare di festeggiare troppo presto. Sebbene Orbán sia stato sconfitto, il clima generale nel continente rimane invariato. La rivoluzione populista è ancora in pieno svolgimento. La reazione contro la dipendenza dell'élite europea dall'immigrazione incontrollata, le sue disastrose politiche energetiche e ambientali e la sua guerra culturale contro i valori della civiltà europea è ancora in pieno svolgimento".
Ciononostante, avverte l'Mcc, "populisti, patrioti e veri conservatori dovrebbero riflettere seriamente sugli insegnamenti di questa sconfitta. Ci sarà molto dibattito sul significato di queste elezioni, e chiaramente il desiderio di cambiamento ha giocato un ruolo significativo, ma vogliamo richiamare l'attenzione su tre fattori spesso sottovalutati".
In primo luogo, argomentano, "lungi dall'essere un fenomeno marginale, l'influenza della visione globalista delle politiche identitarie dovrebbe essere una preoccupazione fondamentale per tutti noi. Esiste una potente ideologia che cerca di allontanare le persone dalla loro coscienza nazionale, dal loro senso di civiltà e di storia, e di sostituire l'autentica solidarietà con le identità contemporanee di genere, razza o sessualità. Le considerevoli risorse della Commissione europea, come il suo esercito di Ong finanziate, promuovono questa ideologia giorno e notte. Sconfiggerla è fondamentale per il successo di qualsiasi candidato populista".
In secondo luogo, "c'è la necessità di convincere a fondo una nuova generazione di elettori, sia i giovani sia coloro che sono stati politicamente inattivi per un certo periodo. Molti movimenti populisti europei stanno riuscendo a collegare il senso di disaffezione diffuso tra i giovani alle loro principali preoccupazioni, ma c'è ancora molto da fare".
In terzo luogo, l'Mcc richiama "l'attenzione su un problema ricorrente della destra europea. Il linguaggio oscuro e il funzionamento segreto delle istituzioni dell'Unione Europea ci obbligano a impegnarci al massimo per tradurre le pericolose tendenze di Bruxelles nel linguaggio quotidiano degli elettori comuni. Le preoccupazioni delle persone si concentreranno giustamente su questioni concrete come la pace e la prosperità".
Per questo motivo, concludono dal think tank presieduto da Balazs Orban, consigliere politico del premier uscente (non sono parenti), "è particolarmente importante trovare nuovi modi per collegare le politiche distruttive delle élite dell'Ue alla realtà quotidiana delle persone. Quando gran parte della minaccia alla nostra civiltà si manifesta 'lassù', a Bruxelles, dobbiamo essere più bravi a spiegare cosa significhi 'qui', nelle città e nei villaggi dei nostri Stati nazionali".