Se è vero che la guerra sta facendo male a tutti, non è vero che sta facendo male a tutti nello stesso modo: chi è costretto a importare ha meno margini per resistere
Non ci sono solo il petrolio, il gas e la crisi energetica che è dietro l’angolo. L’economia dell'Europa è costretta a pagare un prezzo alto per la guerra all’Iran mossa da Stati Uniti e Israele. Da Hormuz e Suez passavano buona parte delle risorse di cui il Vecchio Continente ha bisogno per alimentare la propria produzione industriale, che stava già attraversando una crisi strutturale prima che i missili e i droni iniziassero a chiudere i passaggi chiave tra Occidente e Oriente. Ora la situazione si è complicata ulteriormente con la dipendenza dagli altri, partendo dalla Cina, che rischia di alimentare ‘una vera e propria crisi d’astinenza’
La prima sostanziale presa d’atto riguarda una premessa necessaria per provare a orientarsi: se è vero che la guerra sta facendo male a tutti, non è vero che sta facendo male a tutti nello stesso modo. Non solo. Un’altra considerazione essenziale da fare riguarda la distinzione tra chi si può permettere di sopportare un danno, pur dovendo discutere di quanto a lungo lo possa fare, e chi invece ha pochi margini di sopportazione. In entrambi i casi, la posizione dell’Europa è piuttosto critica.
Girando il ragionamento, chi ha più tolleranza può permettersi di non avere particolare fretta di chiudere il conto aperto, con l’obiettivo di massimizzare il risultato prima che la guerra finisca. È sicuramente il caso di Donald Trump e degli Stati Uniti, che esportano tanto, a partire dal Gnl, e hanno molto meno da perdere dei Paesi, inclusi quelli europei, che importano energia e dipendono anche dai prezzi, sempre più alti, dei trasporti via mare.
L’attenzione è comprensibilmente centrata sullo stretto di Hormuz. La sostanziale chiusura del canale sta bloccando da settimane petroliere e metaniere, innescando le tensioni sui prezzi del petrolio e del gas e a cascata su quelli dei carburanti, ma rischia anche di compromettere l’esportazione di altre materie prime fondamentali per l’Europa. È il caso dell’alluminio e dello zolfo. Dal canale controllato dai Pasdaran iraniani passa normalmente le navi cargo che trasportano il metallo, e la carenza che si sta accumulando può innescare una tensione simile a quella già registrata dall'industria con la crisi dei chip. Uno scenario che avrebbe ripercussioni consistenti, a partire dal settore dell'auto, già in crisi per altri fattori strutturali, visto che almeno il 15% di una vettura è fatto di alluminio. Questo, considerato che secondo i dati di ING Research, nella regione interessata oggi dalla guerra viene prodotta una quota pari all'8% di tutto l'alluminio prodotto a livello globale, pari a 6 milioni di tonnellate l'anno, e che il 90% viene esportato attraverso lo Stretto di Hormuz.
I rischi potenziali legati alla chiusura dello Stretto si legano anche alla fragilità di un mercato che era già sotto pressione per una serie di fattori: il taglio della produzione cinese, le sanzioni imposte alla Russia, la minore produzione in altre aree del mondo, vista la chiusura di diverse fonderie a causa dei prezzi dell'energia troppo alti. Il quadro, già prima della crisi in Iran, appariva complesso: con le scorte in calo a livello globale e i prezzi in salita. Ora, l'ipotesi di un cortocircuito che possa mettere definitivamente in crisi il settore si fa più concreto.
Stessa tensione potenziale per il mercato dello zolfo. Sono i dati di questi giorni a descrivere l’entità del rischio: il 41% dello zolfo globale è esportato e quasi la metà dei flussi marittimi passa proprio per Hormuz. Anche in questo caso, lo stop alle navi si riflette su prezzi già in crescita: quello dello zolfo è salito del 165% su base annua, superando i 650 dollari a tonnellata, con un ulteriore balzo del 25% dall’inizio della guerra.
Ricordare a cosa serve lo zolfo può aiutare a comprendere le dimensioni del problema. Uno degli usi più significativi dello zolfo è la produzione di acido solforico (H2SO4), un componente chiave di fertilizzanti, detergenti e processi industriali; lo zolfo viene utilizzato nel processo di vulcanizzazione della gomma, dove migliora l'elasticità e la durata del materiale; lo zolfo è un componente di diversi prodotti farmaceutici, compresi i trattamenti per la pelle per patologie come l'acne; composti a base di zolfo sono ampiamente utilizzati in agricoltura per controllare parassiti e funghi; in piccole quantità, lo zolfo viene utilizzato come conservante in alimenti e bevande. Tutto questo vuol dire che da Hormuz passavano e non passano più risorse fondamentali per l’industria europea.
Ma non è solo lo Stretto di Hormuz a essere interessato dalla guerra. L’altro rischio che corre l’industria europea è legato alla navigabilità del Canale di Suez, con la minaccia degli Houthi di unirsi alla guerra dell’Iran a delineare uno scenario ancora più complesso per il commercio via mare. I segnali ci sono tutti: premi assicurativi da milioni di dollari, noli che s’impennano e catene logistiche sotto pressione. Poco prima dell’inizio della crisi alcune grandi compagnie di navigazione – tra cui Maersk, One e Cma Cgm – avevano ricominciato ad attraversare il Canale ma con lo scoppio della guerra sono tornate a passare dal Capo di Buona Speranza, con un nuovo allungamento dei tempi e dei costi di trasporto.
Se questa situazione dovesse perdurare, o peggiorare, il costo per l’economia europea, in particolare per l’industria, salirebbe ancora. Arrivando a una soglia tale da favorire una recessione generalizzata. (Di Fabio Insenga)