Iran, Keshavarzian (Ny University): "Accordo vicino ma i nodi veri restano irrisolti"

"Sia Washington che Teheran puntano a evitare nuova escalation ma vogliono esibire un simbolo di vittoria"

Natanz, 30-03-2005 - L'Iran ha permesso oggi l'ingresso ad un gruppo di giornalisti nell'impianto nucleare di Natanz. Una trentina di giornalisti, tra locali e stranieri, hanno visitato la centrale, 250 km a sud di Teheran, dove si produce uranio arricchito. Nela foto la centrale di Isfahan.

Esfahan's Uranium Conversion Facility, 254 miles (410 kilometers), south of the capital Tehran, Iran, Wednesday, March 30, 2005. - ©Reza Madadi/IBERPRESS
Natanz, 30-03-2005 - L'Iran ha permesso oggi l'ingresso ad un gruppo di giornalisti nell'impianto nucleare di Natanz. Una trentina di giornalisti, tra locali e stranieri, hanno visitato la centrale, 250 km a sud di Teheran, dove si produce uranio arricchito. Nela foto la centrale di Isfahan. Esfahan's Uranium Conversion Facility, 254 miles (410 kilometers), south of the capital Tehran, Iran, Wednesday, March 30, 2005. - ©Reza Madadi/IBERPRESS
26 maggio 2026 | 18.00
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Gli Stati Uniti e l'Iran non sono mai stati così vicini a raggiungere un'intesa per chiudere la guerra, ma la strada verso un accordo stabile resta ancora piena di ostacoli. A sostenerlo è Arang Keshavarzian, professore di Middle Eastern & Islamic Studies alla New York University e autore di 'Making Space for the Gulf: Histories of Regionalism and the Middle East' (Stanford University Press, 2024), in un'intervista ad Adnkronos. "Stati Uniti e Iran sono vicini come non mai a mettere fine alla guerra iniziata il 28 febbraio. Tuttavia bisogna essere cauti, sia perché nulla è stato ancora finalizzato, sia perché si tratta soltanto di un accordo quadro iniziale che non risolve realmente le questioni principali che hanno portato alla guerra regionale", spiega.

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Secondo il docente, i negoziati attuali potrebbero almeno fermare il conflitto e consentire la riapertura dello stretto di Hormuz, anche senza un'intesa politica complessiva. "Sembra che l'accordo quadro iniziale sia costruito attorno a una graduale riapertura dello stretto e alla fine del blocco contro l'Iran, e questo potrebbe avvenire anche senza un accordo definitivo sul programma nucleare", afferma Keshavarzian, sostenendo tuttavia che molti aspetti restano poco chiari. "Non sappiamo ancora esattamente come verrà gestito lo stretto, se l'attuale amministrazione iraniana resterà in carica, quale ruolo avranno Paesi come l'Oman e quali pedaggi o tariffe saranno applicati". In ogni caso, aggiunge il professore, Teheran ha dimostrato di poter chiudere facilmente Hormuz semplicemente facendo aumentare i premi assicurativi per le compagnie marittime.

Restano però irrisolti i nodi che hanno alimentato lo scontro. "Le questioni che hanno portato alla guerra - il programma nucleare iraniano, le sanzioni internazionali contro Teheran e la competizione geopolitica - vengono rinviate a future discussioni e ad un accordo più ampio", evidenzia Keshavarzian, secondo cui si tratta di temi estremamente complessi che richiedono "meccanismi sofisticati" e compromessi reciproci.

La difficoltà nel raggiungere un'intesa è "aumentata dal fatto che i dirigenti iraniani si fidano molto meno degli Stati Uniti rispetto al passato e oggi hanno anche maggiore leva negoziale su Washington. Allo stesso tempo gli Stati Uniti non si fidano dell'Iran e devono fare i conti con le pressioni di Israele affinché non vengano fatte concessioni", scandisce.

Per Keshavarzian, anche l'andamento del mercato energetico sta giocando un ruolo decisivo e "sebbene il prezzo del petrolio sia aumentato drasticamente da febbraio, è chiaro che esperti e investitori temono che, se continuerà questa situazione di 'né guerra né pace' che di fatto mantiene chiuso lo stretto, i prezzi dell'energia aumenteranno ancora nelle prossime settimane". Uno scenario, rimarca, che "aumenta la pressione sui responsabili politici americani e su Trump sotto molti aspetti. Più direttamente, le elezioni di mid-term potrebbero limitare radicalmente l'agenda politica di Trump dopo il 2026".

Quanto agli interessi delle parti, Keshavarzian ritiene che "sia l'amministrazione Trump sia la leadership iraniana non vogliono riprendere la guerra ed è per questo che il fragile cessate il fuoco, più o meno, sta reggendo". Gli Stati Uniti "non hanno buone opzioni di escalation", mentre l'Iran "ha subito danni significativi e la sua economia e la società stanno soffrendo".

La logica del conflitto, tuttavia, non è scomparsa, con "entrambe le parti pensano di aver vinto o vogliono poter esibire un simbolo di vittoria". Per la Repubblica islamica, conclude, la posta in gioco è esistenziale. "Dal momento che l'Iran ha resistito agli obiettivi massimalisti di Stati Uniti e Israele - il cambio di regime, la fine del programma nucleare e l'eliminazione del programma missilistico - oggi si trova nella posizione di poter resistere fino a ottenere un accordo che prevenga futuri attacchi e permetta di recuperare risorse economiche per la ricostruzione e per affrontare parte delle tensioni sociali che avevano portato le persone a scendere in piazza a gennaio".

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