Il professore della New York University: "Trump e Israele vedono opportunità, ma regime resta saldo"
La Repubblica islamica è attraversata da una crisi strutturale che investe economia, società e sistema politico, ma le attuali proteste difficilmente potranno trasformarsi in un movimento capace di rovesciare il potere. E' l'analisi di Arang Keshavarzian, professore di Middle Eastern & Islamic Studies alla New York University e autore di 'Making Space for the Gulf: Histories of Regionalism and the Middle East' (Stanford University Press, 2024), commentando in un'intervista all'Adnkronos le recenti proteste antigovernative che hanno scosso l'Iran.
"La società iraniana sta affrontando una serie di problemi che interagiscono tra loro e stanno creando una crisi profonda per l'establishment politico", spiega Keshavarzian, elencando "bassi tassi di crescita, ampi deficit di bilancio, il crollo del valore della valuta locale, corruzione e disuguaglianze, oltre a un'elevata inflazione e disoccupazione". Una situazione che, sottolinea, è il risultato di "una miscela tossica di decenni di cattiva gestione e di sanzioni internazionali profonde e pervasive".
A questo quadro si aggiungono "le sfide ambientali e l'instabilità regionale, in particolare i conflitti, fino all'attacco militare israeliano contro l'Iran della scorsa estate che ha visto anche il bombardamento del Paese da parte degli Stati Uniti". Secondo il professore della Nyu, tutto ciò "richiederebbe cambiamenti profondi nel modo in cui la società viene governata", ma tali riforme presuppongono "un confronto reale e una rappresentanza degli interessi di una società dinamica e diversificata".
Il percorso intrapreso dal sistema politico di Teheran va però nella direzione opposta. Da qui le proteste ricorrenti. "E' per questo che negli ultimi 15 anni abbiamo assistito a ondate di proteste ricorrenti", osserva l'accademico. Le manifestazioni più recenti, spiega l'autore anche di 'Bazaar and State in Iran: The Politics of the Tehran Marketplace', "sono state innescate dal rapido deprezzamento del rial negli ultimi mesi" e "sono partite dai settori commerciali - negozianti, commercianti, importatori - con proteste e chiusure, ma si sono rapidamente estese, includendo slogan come 'morte al regime' ".
Nonostante ciò, secondo Keshavarzian, il sistema non è sull'orlo del collasso. "Sebbene vi siano molte buone ragioni per opporsi all'attuale leadership, i manifestanti e l'opposizione più in generale sono divisi, disorganizzati e privi di un'agenda chiara, se non un desiderio nostalgico di tornare a tempi migliori". Per questo, prosegue, "è improbabile che da queste proteste possa emergere un movimento sostenibile, anche alla luce delle minacce di azione militare da parte dell'Amministrazione Trump".
Quanto alle indiscrezioni su un possibile piano di fuga della Guida Suprema in Russia, Keshavarzian invita alla cautela. "Questo tipo di notizie circola regolarmente e non sono sicuro che si possano considerare particolarmente rilevanti". Pur ammettendo che "esistano piani di emergenza per i leader del regime e la Russia potrebbe essere una delle opzioni", chiarisce che "questo non rappresenta una soluzione alle molte sfide che l'Iran deve affrontare".
Sul fronte internazionale, l'Iran resta nel mirino di Washington. "Iran e Stati Uniti hanno una relazione problematica almeno dal colpo di Stato del 1953 sostenuto dalla Cia e poi dalla rivoluzione del 1979", ricorda il professore. Oggi, aggiunge, Teheran è un obiettivo perché "alcuni a Washington e a Tel Aviv lo ritengono vulnerabile e Israele vuole chiaramente ridisegnare l'intera regione a propria immagine". In questo contesto, "Israele ha bisogno della partecipazione degli Stati Uniti nel confronto militare e politico con Teheran".
Keshavarzian descrive la politica estera di Trump come "plasmata da una visione imperialista del potere americano". Da qui la convinzione che Israele veda "la sua presidenza come un'opportunità per indebolire, se non smantellare, il suo più serio avversario regionale". Il professore resta però scettico sull'ipotesi di un intervento Usa a sostegno dei manifestanti. "Trump dice molte cose e prende anche decisioni, ma è difficile individuare una strategia coerente per il Medio Oriente". Inoltre, precisa, "non è chiaro in che modo un'azione militare statunitense possa aiutare i manifestanti, e potrebbe anzi ritorcersi contro di loro, rafforzando l'unità nazionale contro un intervento straniero".
Anche colpire i vertici del regime avrebbe effetti limitati. "La scorsa estate e in passato abbiamo visto che l'Iran può perdere generali e comandanti di alto livello e il regime sembra in grado di sostituirli abbastanza facilmente". Infine, conclude, "la rimozione di Khamenei dal potere non implica necessariamente un cambiamento di regime e potrebbe aprire la strada ad altre forze autoritarie interne all'apparato di sicurezza".