"Gli iraniani non chiedono interventi militari, ma la fine dell'impunità: designare i Pasdaran come organizzazione terroristica, chiudere le ambasciate del regime e garantire un accesso libero a Internet"
“Dopo le 2200 esecuzioni del 2025, oggi assistiamo a un massacro su scala ancora più ampia. I tremila morti annunciati il 12 gennaio non sono un segnale di forza, ma di impotenza per il regime e per Khamenei”. Lo dice Massoumeh Raouf, ex giornalista e prigioniera politica del regime iraniano, oggi in esilio in Francia e membro del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, in un'intervista all'Adnkronos.
Raouf spiega che nel 1981 fu arrestata in Iran e condannata a 20 anni di carcere, ma riuscì a evadere dopo otto mesi. Le condizioni di detenzione, racconta, erano segnate da “una barbarie assoluta. Come ho raccontato nel mio libro Evasione dalla prigione d’Iran, all’epoca bastava il semplice sospetto di simpatia verso l’opposizione, in particolare verso i Mojahedin del Popolo, per essere arrestati, torturati o persino giustiziati. Il regime cercava allora di spezzare ogni forma di resistenza umana”.
Quello che allora era repressione sistematica, per Raouf continua oggi. “Oggi le tecniche di controllo sono più sofisticate, ma la repressione resta strutturale e feroce. L’impunità per il massacro del 1988, in cui è stato ucciso anche mio fratello Ahmad a soli 17 anni, dimostra che il sistema non ha mai rinunciato alle esecuzioni arbitrarie”. La giornalista ricorda suo fratello, giustiziato durante il massacro di circa trentamila prigionieri politici. A lui ha dedicato la graphic novel 'Un piccolo principe nella terra dei mullah'. La sua esperienza personale e familiare è parte della sua interpretazione del contesto attuale in Iran.
Parlando delle proteste in corso dal 28 dicembre, Raouf dice che “la rivolta è entrata in una fase di confronto diretto con l’apparato repressivo. Il regime ha schierato i pasdaran, la milizia dei Basij e l’intero apparato giudiziario. Il movimento popolare non è un fenomeno isolato o improvviso; è l’apice delle rivolte del 2017, del 2019 e del 2021. Non è la prima volta che il regime tenta di soffocare nel sangue la sete di libertà degli iraniani”.
La dissidente sottolinea il ruolo centrale delle donne e dei giovani nella mobilitazione: "La caduta del regime teocratico verrà dalle donne, dalle loro reti clandestine e dai loro gesti quotidiani di resistenza”. Per la scrittrice sono loro le più duramente colpite dalle leggi repressive e quelle la cui sete di libertà è più feroce. “Nel 2026 la nuova generazione di donne e giovani nelle Unità di Resistenza è diventata il motore delle azioni contro i simboli della repressione, insieme alla mobilitazione delle famiglie dei prigionieri politici”, ha aggiunto.
Sulla politica europea verso l’Iran, Raouf è critica: “L’Europa deve assolutamente trarre le lezioni dai propri errori passati”. L’autrice sostiene che per troppo tempo l’Unione ha creduto alla chimera di una moderazione all’interno del regime, cedendo al ricatto del terrorismo e alla ‘diplomazia degli ostaggi’. Così, continua, “per interessi economici o per mancanza di coraggio politico, l’Europa ha adottato la peggiore delle politiche: l’accondiscendenza. Ha chiuso gli occhi sulla repressione sanguinosa, sulle ingerenze regionali e sulla formazione di milizie estremiste”.
Riguardo al nuovo appello del presidente americano Donald Trump - "continuate a protestare, gli aiuti sono in arrivo" - Raouf accoglie con favore il sostegno al diritto alla libertà ma precisa le richieste reali degli iraniani: "Ogni posizione ferma a sostegno del diritto del popolo alla libertà è positiva. Gli iraniani non chiedono interventi militari, ma la fine dell’impunità: designare i pasdaran come organizzazione terroristica, chiudere le ambasciate del regime e garantire un accesso libero a Internet”.
Infine, parla dell’accordo nucleare del 2015 e del successivo ritiro degli Stati Uniti nel 2018. “Già nel 2015 avevamo avvertito che l’accordo nucleare avrebbe sacrificato i diritti umani sull’altare del commercio. I fondi sbloccati sono finiti nelle mani dei pasdaran per reprimere il popolo. Il ritiro del 2018 ha messo fine a questa illusione diplomatica. Nessuna concessione può moderare una dittatura che sopravvive grazie al terrore”. (di Angelo Paura)