''Israele il fantasma che aleggerà sulla stanza non siede al tavolo ma può determinarne il destino'' dice all'Adnkronos
"Ci possiamo aspettare certamente un incontro molto difficile tra due Paesi che hanno voluto questa tregua come una propria vittoria, pur essendo entrambi molto provati dalla guerra". Lo dice all’Adnkronos l’ambasciatore Ettore Sequi, ex segretario generale della Farnesina, alla vigilia dell'avvio dei negoziati tra Stati Uniti e Iran a Islamabad. "È un negoziato che parte fragilissimo però entrambe le parti hanno interesse a tenerlo acceso e a non mostrarsi responsabili di un eventuale fallimento", avverte Sequi, secondo il quale il negoziato nasce già segnato da profonde divergenze. "Gli Stati Uniti - spiega l'ex ambasciatore a Pechino - immaginano una tregua funzionale a stabilizzare il sistema, riaprire Hormuz e contenere l’Iran, mentre Teheran la utilizza come leva per consolidare la propria legittimità come regime e come potenza regionale". Obiettivi "abbastanza incompatibili", che rendono il confronto complesso ma non destinato a fallire nel breve: "Entrambi non hanno interesse a far saltare il negoziato", ha osservato, ipotizzando anche una possibile estensione della tregua oltre i 15 giorni iniziali.
Un ulteriore elemento di fragilità, ha spiegato l’ambasciatore, è rappresentato da Israele, definito il 'fantasma' che aleggerà sulla stanza", che "non siede al tavolo ma può determinarne il destino". "A una crisi locale come il Libano può corrispondere uno shock globale come Hormuz", ha sottolineato, evidenziando come il controllo dello Stretto sia ormai "politicizzato", con Teheran che esercita "un regime di autorizzazione, intimidazione e controllo politico ed economico" sulla navigazione. In questo quadro, ha aggiunto, "Trump sta scoprendo il limite della tregua: c’è stato il cessate il fuoco, ma non il ripristino della libertà di navigazione".
Sulla composizione delle delegazioni, Sequi ha parlato di un segnale politico rilevante: la presenza del vicepresidente JD Vance indica "un livello molto alto" e comporta "di fatto una legittimazione del regime iraniano". Allo stesso tempo, riflette anche dinamiche interne americane: Vance è "il referente della base Maga, così fondamentale per Trump ma che già comincia a mostrare crepe". "Rispetto al segretario di Stato Rubio - ha aggiunto l'ambasciatore - Vance è un soggetto che non ha fatto mistero fin dall'inizio, addirittura fin dalla campagna elettorale, di non essere particolarmente convinto dell'opportunità di un attacco all'Iran".
Quanto ai contenuti, Sequi ritiene che il dossier libanese resti centrale ma difficilmente risolvibile nell’immediato: "Non c’è nemmeno un accordo sui punti da discutere", ha spiegato, legando direttamente la questione alle tensioni nello Stretto di Hormuz. Israele, infatti, "non considera concluso il confronto finché non avrà inflitto un colpo decisivo a Hezbollah e e finché non ha il controllo della zona cuscinetto che va dal confine fino al fiume Litani". "Finché loro non controllano quella zona là c'è un problema", ha evidenziato l'ambasciatore.
Infine, sull’ipotesi di un ruolo della Cina nel favorire il negoziato, evocata dal presidente Donald Trump, Sequi sottolinea come la dinamica sia "molto interessante". "Contrariamente ad altri dossier come Gaza, qui la Cina ha una convenienza diretta", legata soprattutto alla sicurezza energetica: "Importa il 40% del proprio petrolio dal Golfo e una quota significativa dall’Iran". Pechino, ha spiegato, agisce anche indirettamente attraverso il Pakistan e punta a ottenere un duplice vantaggio: "Aiutare Trump a uscire dal vicolo cieco o semicieco in cui si è infilato" e rafforzare la propria immagine internazionale. "I cinesi si stanno profilando come una potenza prevedibile, responsabile e attenta alla pace, a differenza dell'imprevedibilità e aggressività americane", ha concluso, evidenziando come da questa crisi possano uscire "in attivo sia sul piano energetico sia su quello geopolitico, anche in termini di soft power". (di Valerio Sarsini Novak)