Lo studioso israeliano spiega come il regime di Teheran si sia radicalizzato con i Pasdaran al comando e in cerca di vendetta. L'auspicio è che gli Usa possano essere duri nei negoziati, ma non c'è certezza. Per Israele resta, inoltre, la questione aperta del Libano
''C'è molta frustrazione'' in Israele dopo l'annuncio di una tregua di due settimane raggiunta tra Iran e Stati Uniti. Perché il regime di Teheran ora fa più paura, ''è sopravvissuto'' alla guerra ed '' è diventato più radicale'' dato che ''al comando ci sono i Pasdaran, che sono molto più estremisti e in cerca di vendetta''. Il ''timore'' è che Teheran ora ''possa correre verso la bomba atomica'', mentre ''non sono visti come un successo i negoziati che inizieranno venerdì in Pakistan''. Lo spiega in un'intervista all'Adnkronos l'analista israeliano Michael Milshtein, direttore del Forum per gli studi palestinesi al Centro Moshe Dayan di Tel Aviv. ''E' un momento davvero assurdo, una sorta di 'zona d’ombra' tra la guerra e quella che non so se possiamo definire pace, ma diciamo una situazione più calma'', ha detto l'ex ufficiale dell'intelligence militare israeliana. ''Qui in Israele la gente è molto confusa da ieri sera. La maggior parte delle persone non considera il cessate il fuoco o i negoziati che inizieranno venerdì in Pakistan come un successo; al contrario, c’è molta frustrazione'' e ci si chiede se si avrà ''la capacità di attuare gli obiettivi fondamentali della guerra''.
Milshtein ricorda che ''c’erano tre obiettivi principali: il collasso del regime iraniano (o almeno il suo indebolimento). L’eliminazione del potere nucleare dell’Iran'' e ''dei missili balistici a lungo raggio''. Ma, analizza, ''al momento non ci sono certezze'' rispetto a questi obiettivi. Anzi, afferma, ''è evidente che il regime è sopravvissuto ed è piuttosto stabile'', tanto che ''non ci sono segnali di rivolte interne''. Inoltre, sottolinea l'analista, ''non abbiamo alcuna garanzia che i negoziati porteranno a un meccanismo per risolvere il problema del programma nucleare o dei missili''.
Milshtein afferma che in Israele ''molti pensano che la fine della guerra sia più rischiosa oggi rispetto a 40 giorni fa. Il regime iraniano è diventato più radicale: Khamenei è morto, e al suo posto ora comandano i Pasdaran, che sono molto più estremisti e in cerca di vendetta. Temiamo che l'Iran possa correre verso la bomba atomica; hanno ancora 430 chilogrammi di uranio arricchito, sufficienti per creare fino a 11 bombe nucleari''. L'auspicio, afferma l'analista, è che gli Stati Uniti possano svolgere un ruolo decisico. ''Speriamo che gli americani siano abbastanza duri nei negoziati da condizionare la rimozione delle sanzioni a passi seri sul nucleare, ma non ne siamo sicuri'', dichiara.
L'ex colonnello delle Forze di difesa israeliane (Idf) ricorda poi ''l’altra grande sfida'' che riguarda Israele, ovvero ''il fronte nord''. Quello che ''non sappiamo'', dice, è ''se un accordo con l’Iran significherà la fine della guerra in Libano. Potremmo trovarci in una situazione bizzarra: un accordo tra Usa e Iran, ma con il fronte libanese ancora aperto''. Milshtein spiega che ''Hezbollah non vuole tornare alle condizioni del cessate il fuoco del 24 novembre'', ma al contrario ''vuole una 'nuova equazione'''. E ''se non si raggiunge un accordo su questo, Israele resterà invischiato in una campagna continua in Libano, e l'unica opzione potrebbe essere occupare parti del territorio o colpire obiettivi statali libanesi''.
''In sintesi - conclude Milshtein - non sappiamo come finiranno i negoziati. Forse tra due settimane gli americani decideranno di tornare a combattere se capiranno che il divario è troppo grande. Ma se si arriverà a un accordo, restano i due rischi: un Iran che corre verso il nucleare senza pressione e un fronte libanese che resta aperto''.