A Trump la lista ampliata del Pentagono sulle opzioni militari contro nucleare o Khamenei. Il presidente iraniano: "Se aggrediti risposta immediata". Guerra di numeri dissidenti-regime sulle vittime delle proteste
"La Repubblica islamica dell'Iran è pronta a riprendere i negoziati sul nucleare". Lo ha annunciato il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, nel corso di un punto stampa con il suo omologo turco, Hakan Fidan, a Istanbul.
"Siamo pronti ad avviare negoziati se questi saranno condotti su un piano di parità, sulla base di interessi reciproci e di rispetto reciproco, e se saranno equi e giusti", ha precisato il capo della diplomazia di Teheran, sottolineando che "siamo sempre stati pronti a rafforzare la fiducia nella natura pacifica del nostro programma nucleare, sia in passato che oggi". Araghchi ha quindi ribadito che l'Iran non ha mai cercato di dotarsi di armi nucleari.
Al momento, ha continuato Araghchi, "non ci sono piani per un incontro con gli americani". "Non negozieremo mai sulle nostre capacità di difesa", ha proseguito il ministro, sottolineando che "un attacco militare non è un'opzione. Gli americani hanno già tentato un attacco militare in passato senza raggiungere nessuno dei loro obiettivi, motivo per cui sono stati costretti a ricorrere alle minacce e alle richieste di negoziati".
L'Iran ha "sempre scelto il dialogo", ma "qualsiasi aggressione contro il Paese e il popolo iraniano riceverà una risposta immediata e decisa", ha ribadito intanto in mattinata il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, nel corso di un colloquio telefonico con il suo omologo degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Zayed Al Nahyan, secondo quanto riferito dai media locali.
"L'Iran non ha accolto e non accoglierà la guerra in alcun modo e non la considera nell'interesse di alcuna parte. Tuttavia le parti occidentali hanno dimostrato con le loro azioni che, nonostante le loro affermazioni, non rispettano i principi del diritto internazionale", ha affermato Pezeshkian, ribadendo che "l'approccio della Repubblica Islamica dell'Iran si basa sull'interazione e sul dialogo nel quadro del diritto internazionale, sul rispetto reciproco e sull'astensione dalle minacce e dall'uso della forza per risolvere i problemi".
Pezeshkian ha quindi apprezzato il sostegno e le posizioni dei Paesi islamici nei confronti dell'Iran, evidenziando l'importanza di "sforzi continui e coordinati da parte dei Paesi della regione per ridurre le tensioni e contribuire a stabilire pace e stabilità".
Il Pentagono ha intanto presentato al presidente americano Donald Trump una lista ampliata delle possibili opzioni militari contro l'Iran con l'obiettivo di colpire ulteriormente i siti dei programmi nucleari e missilistici o di indebolire il leader supremo Ali Khamenei, rende noto il New York Times, citando numerose fonti americane.
Le opzioni vanno oltre quelle che il presidente americano stava considerando solo due settimane fa come strumento, a suo dire, per attuare la sua promessa di fermare la violenza repressione delle proteste contro il regime. Le nuove opzioni includono anche raid delle forze americane in siti all'interno dell'Iran.
In questo momento, insieme ai suoi consiglieri Trump sta valutando la possibilità di ordinare un intervento militare, anche possibilmente per realizzare un cambio di governo. Il presidente rimane al momento aperto a una soluzione diplomatica. Trump ora adotta un approccio simile a quello che ha usato per il Venezuela, scrive il quotidiano americano.
Il bilancio delle vittime della repressione delle proteste in Iran continua intanto ad essere impossibile da accertare. Nelle ultime settimane si sono susseguiti annunci di decine di migliaia di morti da parte di gruppi dell'opposizione all'estero, ai quali ha risposto il regime con cifre molto inferiori. L'unica certezza - oltre alla durissima repressione messa in atto da Teheran - è che al momento nessuno conosce con esattezza quali siano i numeri reali della carneficina.
Secondo l'ultimo aggiornamento della Human Rights Activists News Agency (Hrana), con base negli Stati Uniti, sono almeno 6.221 i morti confermati dall'inizio delle manifestazioni. Nel dettaglio, Hrana segnala 5.858 manifestanti uccisi, 100 minori, 214 appartenenti alle forze di sicurezza e 49 persone non coinvolte direttamente nelle proteste. L'agenzia di stampa precisa inoltre che sono ancora in verifica le circostanze di altri 17.091 decessi segnalati, mentre il numero delle persone arrestate supera quota 42mila.
A rafforzare le denunce delle organizzazioni per i diritti umani sono arrivati nuovi video verificati dalla Bbc, che documentano la violenza della repressione. Le immagini mostrano corpi ammassati negli ospedali, obitori saturi, cecchini sui tetti degli edifici e manifestanti che distruggono telecamere di sorveglianza nel tentativo di sfuggire al controllo delle forze di sicurezza.
I filmati, trapelati solo di recente a causa del blackout di internet deciso dalle autorità, risalgono alle notti dell'8 e 9 gennaio, considerate tra le più letali dall'inizio delle proteste, scoppiate a fine dicembre. Nei video verificati dalla Bbc e da Bbc Persian si vedono almeno 31 corpi all'interno dell'obitorio dell'ospedale Tehranpars e sette sacchi per cadaveri all'esterno della struttura.
Le stime restano però divergenti. Oltre ai dati di Hrana, l'organizzazione Iran Human Rights (Ihr), con sede in Norvegia, avverte che il bilancio complessivo potrebbe superare le 25mila vittime. Alcune ricostruzioni, citate dal Time e basate su testimonianze raccolte all'interno del Paese, parlano addirittura di 30mila morti, ma si tratta di cifre non verificabili in modo indipendente.
Sull'argomento è intervenuto ieri il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, definendo la repressione una "carneficina". "Migliaia e migliaia di morti, 30mila forse. Non sappiamo esattamente quanti siano i morti, però, anche se fossero dieci, sarebbe grave. Ma stiamo parlando di una carneficina", ha dichiarato a Bruxelles, sottolineando che la gravità della crisi ha contribuito al cambio di linea di diversi Paesi Ue sulla designazione dei Pasdaran come organizzazione terroristica.
Teheran respinge però le cifre. Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmail Baghaei, ha definito la cifra dei 30mila morti una "grande bugia in stile Hitler", accusando i media dell'opposizione di falsificare i dati. "Una grande bugia in stile Hitler: non è forse questo il numero che avevano pianificato di uccidere per le strade dell'Iran? Hanno fallito e ora cercano di falsificarlo nei media. Davvero vile". Le autorità iraniane sostengono che i morti siano stati poco più di 3.100, in gran parte membri delle forze di sicurezza o civili colpiti dai "rivoltosi", e hanno annunciato che presto renderanno noti i nomi delle vittime.
La Turchia si dice intanto disposta a mediare per una "de-escalation" della tensione tra Teheran e Washington. Lo ha fatto sapere il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, durante un colloquio telefonico avuto con il suo omologo iraniano, Masoud Pezeshkian, secondo quanto riferito dalla presidenza turca in una nota.
Erdogan "ha sottolineato che la Turchia è pronta ad assumere un ruolo di facilitatore tra Iran e Stati Uniti per allentare le tensioni e risolvere i problemi", si legge nella nota, in cui sottolinea che i due leader hanno discusso "delle crescenti tensioni militari nella regione".
La telefonata si è svolta mentre a Istanbul è in visita il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi.