Libano, ex portavoce Israele Levy: ''Accordo è via libera Usa per operazioni difensive contro Hezbollah''

"Le ricostruzioni di Trump sul colloquio con Netanyahu sono bizzarre, il primo ministro è sotto pressione"

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04 giugno 2026 | 16.43
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"Il nuovo accordo di cessate il fuoco va letto come un via libera degli Stati Uniti a Israele per continuare, se necessario, le sue operazioni difensive contro Hezbollah". Lo dice all'Adnkronos l'ex portavoce del governo israeliano Eylon Levy, commentando la dichiarazione congiunta tra Israele e Libano firmata a Washington e la posizione del movimento sciita filo-iraniano, che non ha partecipato ai negoziati e ha già fatto sapere di non riconoscere l'intesa. A proposito dell'uccisione di un caso blu serbo nel sud, Levy ha ribadito la linea delle Idf secondo cui Hezbollah sarebbe responsabile dell'incidente, e definisce "tragico" che le forze Onu siano "facile preda" degli attacchi del movimento.

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Secondo Levy, il cessate il fuoco è "condizionato" e non può essere interpretato come una svolta definitiva. "Si tratta di un cessate il fuoco basato su condizioni: Israele si ritirerà se Hezbollah smetterà di sparare e si ritirerà dietro il fiume Litani", spiega, ricordando però che "è esattamente ciò che Hezbollah avrebbe dovuto fare già con il cessate il fuoco del novembre 2024 e non lo ha fatto".

Da qui la sua lettura: "Interpreto questo come un via libera degli Stati Uniti a Israele", e in questo scenario, aggiunge, "continueremo a vedere un'azione militare israeliana contro Hezbollah", che potrebbe anche aprire uno spazio politico interno in Libano. Il problema, osserva, è che "il governo libanese ha avuto paura di cogliere qualsiasi occasione di affrontare Hezbollah" e non ha voluto confrontarsi con la milizia sostenuta dall'Iran. "Purtroppo è stata solo l'azione militare israeliana a creare un senso di urgenza da parte libanese", afferma, perché Beirut "comprende i costi di essere trascinata in un'altra guerra".

Levy respinge poi l'idea che le recenti tensioni tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu possano tradursi in una frattura strategica con Washington. A suo avviso, le ricostruzioni di Trump sul contenuto del colloquio con Netanyahu sono state "un po' bizzarre": "Non sono a conoscenza di alcun piano di truppe israeliane in movimento verso Beirut", afferma. "Israele sta combattendo Hezbollah perché ha ripreso il lancio di razzi e ora usa droni letali che colpiscono case israeliane - ribadisce - Israele non può lasciare questa minaccia al confine", mentre la popolazione del nord del Paese è stata costretta a evacuare.

Sul piano politico, l'ex portavoce sostiene che Netanyahu sia "sotto pressione in Israele" da parte di alcune forze politiche che lo esortano a dire a Trump: "Siamo un Paese sovrano e prenderemo le decisioni necessarie per la nostra sicurezza", sottolineando come anche lo stesso presidente americano non accetterebbe una minaccia simile sul proprio territorio se riguardasse gli Stati Uniti.

Allargando lo sguardo all'Iran, Levy insiste: "Sarebbe un errore strategico terribile per l'Occidente permettere al regime iraniano di dettare gli eventi in Libano". Secondo lui, Teheran punta a mantenere il Paese sotto la propria influenza attraverso Hezbollah, rendendo il Libano "di fatto una colonia della Repubblica islamica". In questo quadro, Israele avrebbe due obiettivi: "rimuovere la minaccia immediata dei droni e dei razzi contro le case israeliane" e "separare il fronte iraniano da quello libanese", per evitare che il Libano resti "uno Stato fallito sotto il controllo di Hezbollah".

Levy lega infine il dossier libanese alla più ampia strategia iraniana e al confronto con l'Occidente. "Israele è consapevole che l'asse iraniano e qatariota e gruppi radicali in tutto il mondo hanno usato la guerra del 7 ottobre come un'opportunità per condurre una guerra dell'informazione contro lo Stato di Israele", afferma, parlando di accuse "sempre più estreme" per isolare Israele dai suoi alleati, citando come ultimo episodio l'inserimento nella 'black list' Onu per le presunte violenze sessuali nelle zone di conflitto. Al tempo stesso, sottolinea che anche il negoziato sul nucleare tra Stati Uniti e Iran non può prescindere da condizioni molto rigide: "gli Stati Uniti non vogliono un impegno solo retorico da parte dell'Iran, ma la rimozione di tutto l'uranio arricchito e lo smantellamento delle strutture di arricchimento", perché altrimenti, conclude, "vedremo l’Iran come una potenza in ascesa pronta a intimidire e ricattare i suoi vicini". (Di Valerio Sarsini)

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