Elena Kostioukovitch racconta la vicenda editoriale in Urss del primo romanzo di Umberto Eco che prese in mano per la prima volta nella stanza segreta della Biblioteca statale di letterature straniere di Mosca già nel 1981. Quando il testo sette anni dopo fu finalmente pubblicato in Urss, dove era stato prima censurato, la materia europea che trattava amplificò l'anelito di cambiamento. Mentre mentre più tardi in Russia il Pendolo di Foucault entrò in risonanza, in senso opposto a quanto inteso dall'autore, con i primi germi allora sottotraccia dell'oltranzismo. Fra i due primi romanzi di Eco e la loro storia russa, la speranza dell’apertura.
Leggere Umberto Eco in Unione sovietica è stato proibito. Una frase pronunciata da Mikhail Gorbaciov nel 1986 aprì lo spiraglio per la pubblicazione, due anni dopo, della traduzione in russo del Nome della rosa rimasta in un cassetto a lungo "per divieto di censura". L'effetto fu dirompente e amplificò, con la "materia europea" che trattava, l’anelito di cambiamento e la messa in discussione del sistema, le prime crepe nel regime destinato a crollare di lì a non molto. In "Tradurre Umberto Eco mentre scoppiano le rivoluzioni" pubblicato in questi giorni da La Nave di Teseo, Elena Kostioukovitch, traduttrice delle opere del 'Professore', una delle cinque traduttrici ad aver lavorato su tutti e sette i suoi romanzi, ricostruisce la vicenda editoriale del Nome della rosa in Urss, e la risonanza fra le vicende di Guglielmo da Baskerville, il potere ecclesiastico nel quattordicesimo secolo e i lettori di un Paese in cui la religione era invece bandita e non esisteva neanche il lessico in cui tradurre i riferimenti al cattolicesimo che costituiscono l'ossatura del testo.
"Quando il Nome della rosa in lingua russa apparve in stampa - nell'agosto del 1988 - la reazione dei lettori fu travolgente", ricorda Kostioukovitch. Anche in Unione sovietica, come in ogni altro Paese al mondo in quegli anni vennero registrate "vendite strepitose", ma per ragioni diverse. La lettura della versione russa del romanzo ebbe, sin dall'inizio, una connotazione politica. Subito dopo la pubblicazione del testo sulla rivista Inostrannaya Literatura, molti dei partecipanti alla prima manifestazione - "non autorizzata ma neanche proibita" - organizzata in coincidenza con l'anniversario dei fatti di Praga, tenevano in mano copia della rivista in cui veniva usata per la prima volta la parola "aggressione" per descrivere l'intervento dell'Urss in Cecoslovacchia vent'anni prima. L'incipit del romanzo conteneva infatti un riferimento all'intervento dei carri armati sovietici, vicenda narrativa e reale - Umberto Eco era effettivamente a Praga in quei giorni.
Erano state proprio quelle frasi a renderne impossibile la pubblicazione in Urss, dove ogni riferimento alla repressione operata allora era proibito. Ma erano state, una volta pubblicato, "l'Europa e la sua storia, l'idea di buon governo, il gioco parallelo dei tre poteri (aristocatico, religioso e comunale), il principio dell'intangibilità della proprietà, il diritto romano, le procedure giudiziarie, l'entourage affascinante e ignoto della liturgia cattolica, a suscitare un'ondata indescrivibile di attenzione e il desiderio di penetrarne sempre più a fondo la sostanza che tramite quel testo si riversò come un torrente nella lingua e nella cultura russa", sostiene Kostioukovitch, ricordando il suo sforzo allora per "inventare un lessico ad hoc e ricreare in russo una storia d'Europa lontana, rendendo al tempo stesso intuitivo quel messaggio politico che regge in profondità l'intero romanzo".
"Il 16 agosto 1968 mi fu messo tra le mani un libro [...] la dotta trouvaille mi rallegrava mentre mi trovavo a Praga [...] sei giorni dopo le truppe sovietiche invadevano la sventurata città" è l'introduzione del Nome della rosa. "Per un europeo lucido e attento come Eco, quell'invasione non poteva che avere un impatto fortissimo, tragico e duraturo", sedimentato fino al 1978, quando inizia a scrivere il romanzo. Kostioukovitch nel 1968 viveva a Kyiv. Era una bambina, ma si era accorta dei silenzi degli adulti, dei loro occhi abbassati e volti cupi. Quando invece lesse l'introduzione per la prima volta, nel 1981, era a Mosca, nella sala segreta con i 'libri nocivi' della Biblioteca statale di letterature straniere, dove lavorava mentre completava il dottorato in lettere e filosofia con il compito di redigere ogni due mesi un 'résumé' delle novità editoriali all'estero riservato a pochi. Era stata lei, che conosceva le opere di semiologia di Eco, a chiedere l'acquisizione del Nome della rosa, dopo aver appreso della vittoria al Premio Strega. Kostioukovitch capì "subito che nell'Urss quel romanzo non avrebbe mai potuto essere pubblicato".
In alcuni Paesi del Patto di Varsavia invece quelle parole erano state espunte - in Ungheria e nella Germania dell'Est. In Unione sovietica sarebbe stato più difficile. "Non sarebbe bastato che falsificassi il testo russo: la logica dei censori sovietici esigeva 'purezza' assoluta, non lontana da quella degli inquisitori medievali descritti da Eco. Andavano a controllare direttamente i testi originali, rendendo patetici i tentativi del traduttore di occultarne qualche fatto 'impugnabile'". Il principio a cui si attenevano i traduttori nel blocco inoltre "era uno solo: non toccare il vero testo, e non permettere a nessuno di storpiarlo, di cambiare le benché minime sfumature". Per aggirare la censura, si ricorreva piuttosto a una diplomazia che "restava confinata nelle schede editoriali e nelle note di accompagnamento, nelle premesse e postfazioni, nell'uso accorto delle note a piè di pagina, nella scelta di sinonimi 'con furbizia'".
"Decisi di temporeggiare, per vedere come si sarebbe potuto fare a non sopprimere il motivo di Praga". Si trattava infatti di parole che funzionavano "come una chiave musicale messa all'inizio del pentagramma che dava il senso a tutte le note che seguivano. I lettori avrebbero pensato proprio così: che l'Inquisizione fosse il Kgb, il monastero con la sua biblioteca un'isola di cultura e libertà in un mondo saturo di violenza, che quella libertà fosse destinata a essere soffocata e non restasse che parteggiare per i soppressi. In molti avrebbero concluso, come insinuava a ragione il consulente del Comitato centrale del Pcus Henrich Smirnov, che un romanzo storico scritto da un moderno semiologo progressista e dedicato all'Inquisizione non potesse essere che un 'romanzo a chiave'".
Quando nel 1986 Kostioukovitch propose infine a una casa editrice la sua traduzione del romanzo, e la casa editrice chiese il via libera della censura, Smirnov, italianista, traduttore con fama non limpida, non diede il suo assenso. E accusò Eco di "eurocomunismo" e di "relativismo storico", l'equivalente di una sentenza di morte editoriale. "Ha avuto ragione Smirnov. Il vero Jorge da Burgos non era un monaco cieco del quattordicedimo secolo. Stava seduto in un anonimo ufficetto del labirintico comitato centrale del Pcus. Era il 'diavolo' , come lo apostrofa Guglielmo. Ansioso di mandare al rogo ogni parola di libero pensiero o all'opposto di spegnere qualsiasi dubbio sulla sua autorità".
Il 20 ottobre 1986 Gorbaciov riceve al Cremlino una delegazione internazionale di scrittori. E sottolinea "la priorità degli interessi dello sviluppo umano rispetto agli interessi di classe". "Quel giorno ascoltavo i giornale radio mentre lavavo i piatti. Ne feci cadere uno. La rivoluzione cominciò in quell'istante. Dopo quel giorno vedemmo apparire in stampa testi fino ad allora proibiti", ricorda Kostioukovitch che, nel giro di pochi mesi, riuscì ad avere un appuntamento con lo scrittore kirghiso che guidava la delegazione ricevuta dal Segretario generale del Pcus, Chinghiz Aitmatov, esponente di spicco della nomenklatura culturale del blocco e direttore di Inostrannaya Literatura. "Avevamo la netta sensazione che proprio attraverso la pubblicazione dei testi provenienti dall'Europa e dagli Stati Uniti scorressero i flussi di senso più vitali per lo sviluppo delle nostre società in trasformazione. Come se la letteratura straniera portasse con se l'ossigeno stesso della democrazia". "Capimmo subito la misura del momento. Le parole pronunciate dal Segretario generale del Partito comunista bastarono per capovolgere tutto il nostro mondo. Increduli, scoprimmo che una minuscola fessura si apriva nel monolito sovietico".
Risonanza di segno opposto al Nome della rosa, e ancora meno esplorata fino a ora, ebbe nella seconda metà degli anni Novanta la pubblicazione del Pendolo di Foucault in Russia, dove una lettura eccessiva del testo, entrò invece in risonanza con primi germi di un oltranzismo visibile solo molti anni dopo. "Era il secondo romanzo di Eco popolato da personaggi intenti a orchestrare una colossale bugia. Nel Pendolo di Foucault una variante alternativa della storia universale è presentata come un costrutto", riassume Kostioukovitch che, allora si affrettò a tradurre, e a far pubblicare, anche 'Il fascismo eterno', il breve saggio "con le caratteristiche tipiche di quello che vorrei chiamare l’‘Ur-Fascismo", come lo presentava il Professore, che in Russia ebbe un "effetto deflagrante". Mentre il Pendolo da alcuni "non fu accolto come una condanna dell'approccio mistico e ignorante alla storia universale, ma anzi, come testimoniavano messaggi entusiasti arrivati allora in redazione, con elogio dell'occultismo, delle logge templari e sette affini".
"Eravamo perfettamente consapevoli che fosse un dovere affiancare al Pendolo materiali capaci di chiarire ai lettori come il romanzo fosse strettamente legato all'intenzione dell'autore di smascherare l'essenza del fascismo e di contribuire con la forza della letteratura a estirparlo o almeno denunciarlo". Quindi, nello stesso periodo in cui Inostrannaya Literatura iniziava a pubblicare a puntate, come già per Il nome della rosa anni prima, il nuovo e attesissimo romanzo di Eco, sulla Literaturnaya Gazeta usciva il 'fascismo eterno'.
In quel momento, "le frasi di Eco (ne 'Il fascismo eterno', ndr) furono percepite come riferimento all'Urss, al passato che si credeva oramai definitivamente superato". "Si sbagliavano di molto. Con il trascorrere degli anni, un numero sempre maggiore di osservatori inizio a guardare con crescente scetticismo all'affermazione secondo cui quel capitolo della storia per la Russia è oramai chiuso", ricorda l'autrice, citando due diversi articoli di Novaya Gazeta, nel 2009 e poi nel 2013, che richiamavano i principi elencati dal Professore come chiave di lettura degli interventi ideologici sempre più frequenti nel discorso politico in Russia. "Non era stata colta la differenza fra ciò che l'autore rappresenta con disgusto e ciò che , invece, viene da lui proposto come modello. le conseguenze di ciò contro cui Umbero Eco ci aveva messo in guardia si vedono oggi, abbaglianti, sulla scena politica". Fra i due primi romanzi di Eco e la loro storia russa, la speranza di una apertura della Russia.