Iran, Bremmer: "Il negoziato di Islamabad è costruito sulla sabbia"

L'analista e presidente di Eurasia Group: "Teheran è felice di trattare senza arrivare a un accordo. La Cina non voleva guidare il processo, sa che potrebbe fallire"

Colloqui a Islamabad (Afp)
Colloqui a Islamabad (Afp)
10 aprile 2026 | 20.22
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Il negoziato di domani a Islamabad tra Stati Uniti e Iran è "costruito sulla sabbia" e lascia poco spazio a un accordo sui nodi centrali della crisi. Lo dice Ian Bremmer, presidente di Eurasia Group e uno dei più influenti analisti di geopolitica al mondo, in un'intervista esclusiva ad Adnkronos alla vigilia dei colloqui in Pakistan. La tregua regge a fatica. Israele ha continuato a bombardare il Libano nel primo giorno di cessate il fuoco, l'Iran ha risposto chiudendo lo Stretto di Hormuz. Bremmer non si fa illusioni sulla solidità del processo. "Il negoziato è costruito sulla sabbia e rimane pochissimo spazio per un accordo sui temi centrali", dice. Ma aggiunge un elemento che, secondo lui, conta più di qualsiasi dettaglio tecnico sul tavolo: "Se il presidente Trump ha deciso di voler diminuire gli attacchi unilateralmente, così come aveva deciso di andare in guerra, questo avrà l'impatto più sostanziale e concreto nei prossimi mesi".

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Sulla questione dell'arricchimento dell'uranio, che divide Washington e Teheran in modo apparentemente insanabile, Bremmer non prevede una svolta. La posizione americana esclude qualsiasi arricchimento. Quella iraniana lo dà per scontato. "Sospetto che Teheran sia felice di avviare i colloqui e trascinarli nel tempo senza arrivare a un accordo", spiega. "Se gli americani sono disposti ad accettare questa logica, c'è spazio per un dialogo senza che nessuno torni a casa con una sconfitta". Trump ha già dichiarato che gli Stati Uniti potrebbero tornare a colpire in qualsiasi momento se vedessero l'Iran tentare di riavviare il programma nucleare. "Quindi non è chiaro se abbiano bisogno di un accordo definitivo su questo punto per mantenere il cessate il fuoco", osserva Bremmer.

La scelta del Pakistan come mediatore è forse l'elemento più sorprendente di questa crisi. Islamabad, fino a pochi anni fa fuori dai grandi tavoli diplomatici, si trova oggi al centro di una partita che coinvolge Washington, Pechino e Riad. Bremmer spiega il perché: "Il Pakistan ha una posizione unica in questo conflitto: ha migliorato di recente il suo rapporto diretto con gli americani, dispone di un canale diplomatico solido e affidabile con la Cina, e ha un'alleanza difensiva con i sauditi". Ed è proprio Riad, sottolinea l'analista, il fattore chiave: "I sauditi sono molto più interessati a mettere fine alla guerra rispetto agli Emirati Arabi Uniti, che sono più vicini a Israele e agli americani". Infine sul ruolo della Cina, Bremmer ridimensiona la narrativa di una Pechino protagonista della nuova diplomazia mediorientale. Trump ha accreditato Pechino per aver convinto Teheran ad accettare il cessate il fuoco. Ma secondo Bremmer la lettura è più complicata: "La Cina non voleva assumere un ruolo di primo piano, anche perché riconosce che c'è una buona probabilità che il processo fallisca", dice. Quanto al futuro, l'analista non esclude un peso crescente di Pechino sulla scena internazionale, ma con una riserva importante: "Giocherà un ruolo sempre maggiore in quasi ogni conflitto diplomatico, man mano che la sua proiezione di potere continua ad aumentare. Ma la loro avversione al rischio contrasta con i suoi interessi di lungo periodo nel ruolo di leadership". (di Angelo Paura)

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