Russia-Cina, amb.Sequi: ''Putin e Trump a Pechino per chiedere qualcosa a Xi, evidente centralità Dragone''

Secondo l'ex segretario generale della Farnesina, "Mosca è forse preoccupata che un riavvicinamento del gigante asiatico con Washington possa nuocere il rapporto strategico''

Russia-Cina, amb.Sequi: ''Putin e Trump a Pechino per chiedere qualcosa a Xi, evidente centralità Dragone''
19 maggio 2026 | 18.59
LETTURA: 4 minuti

Le visite a Pechino di Donald Trump e Vladimir Putin, entrambi arrivati in Cina "per chiedere qualcosa" a Xi Jinping, confermano "una centralità cinese sempre più evidente". Lo dice all’Adnkronos l’ambasciatore Ettore Sequi alla vigilia della visita di Putin per il vertice con Xi, pochi giorni dopo la missione cinese del presidente americano. Secondo Sequi, anche ammettendo che la coincidenza di calendario sia casuale, il tempismo "capita proprio a puntino", perché "Putin ha bisogno di farsi spiegare un po’ che cosa si sono detti con Trump". Per l’ex segretario generale della Farnesina, il summit rappresenta "una mutua rassicurazione": da una parte "i russi forse sono preoccupati dal fatto che una distensione, anche relativa, con gli americani possa in qualche modo nuocere al rapporto" con la Cina; dall’altra Pechino vuole trasmettere a Mosca il messaggio che "il rapporto è così strutturato" da non poter essere messo in discussione.

CTA

Sequi sottolinea poi come il vertice arrivi in una fase cruciale anche sul piano energetico e strategico. "Il combinato disposto di questa visita e del putiferio che sta capitando a Hormuz sta determinando una tendenza alla continentalizzazione dei flussi di approvvigionamento", spiega, osservando che la Cina punta a ridurre la propria "obiettiva vulnerabilità marittima" legata a chokepoint strategici come Hormuz e Malacca. In questo quadro, la Russia resta fondamentale per Pechino come fornitore energetico terrestre, anche se "Xi Jinping ha meno fretta" rispetto a Putin sul progetto del gasdotto "Power of Siberia 2", che attraverserà la Mongolia, e potrà quindi "spuntare condizioni migliori". Per il diplomatico, il dato più rilevante è proprio la crescente centralità della Cina: "Quei due vengono in fondo a chiedere qualcosa".

Secondo Sequi, Pechino sta inoltre capitalizzando diplomaticamente la lunga serie di visite internazionali degli ultimi mesi: dal presidente francese Emmanuel Macron al cancelliere tedesco Friedrich Merz, passando per il premier britannico Keir Starmer, il canadese Mark Carney e lo spagnolo Pedro Sánchez. "Questo è un passo avanti in termini di soft power cinese - osserva-, perché a fronte di Stati Uniti abbastanza imprevedibili, mercuriali", la leadership cinese riesce a rafforzare "l’idea di potenza responsabile, prevedibile". "Tutto quello che sta capitando accresce questa transizione", afferma Sequi, precisando però che Pechino "non vuole sostituire un ordine cinese a un ordine americano" in modo improvviso, ma accompagnare gradualmente un riequilibrio del sistema internazionale. La stabilità, aggiunge, resta un interesse vitale per la Cina, che "ha bisogno evidentemente di stabilità per continuare ad alimentare flussi commerciali" e sostenere la crescita economica.

Sulla possibilità che Xi scelga di assumere un ruolo più diretto nelle crisi internazionali, Sequi invita però alla cautela. "La Cina tradizionalmente non si vuole mettere in gioco in negoziati complicati", spiega, ricordando il valore centrale della "faccia" nella cultura politica cinese, cioè la necessità di evitare fallimenti pubblici o mediazioni percepite come insuccessi. Per questo, sostiene, Pechino preferisce esercitare "un peso comunque indiretto, autorevolezza riflessa o mediata", lasciando spesso ad altri partner il ruolo più esposto nelle trattative diplomatiche.

Quanto infine alle indiscrezioni del Financial Times secondo cui Xi avrebbe confidato a Trump che Putin potrebbe pentirsi dell’invasione dell’Ucraina, Sequi si dice scettico: "Francamente mi sembrerebbe difficile che i cinesi abbiano detto una cosa del genere in modo così aperto". Più plausibile, secondo il diplomatico, che Pechino stia prendendo le distanze "non dalla Russia, ma dai costi della guerra". Se da un lato la Cina "ha beneficiato di gas e petrolio scontati" e di una Russia sempre più dipendente, dall’altro Xi vede anche "l’altra faccia della guerra": un conflitto lungo che "destabilizza i mercati", accelera il riarmo occidentale e rafforza la Nato e le alleanze anti-cinesi in Asia.

In questo quadro, aggiunge Sequi, Pechino osserva con estrema attenzione anche "la trasformazione tecnologica della guerra" in Ucraina, traendo lezioni utili in vista dell’eventualità di una crisi su Taiwan. "Se la Russia ha incontrato tutte queste difficoltà in Ucraina, cosa capiterebbe se i cinesi facessero un’azione militare su Taiwan?", osserva l’ambasciatore, ricordando come nel pensiero strategico cinese, "insegna Sun Tzu", il miglior generale sia "quello che vince senza combattere". Per questo, conclude, nel "migliore dei mondi possibili" Pechino preferirebbe una progressiva "hongkongizzazione" di Taiwan piuttosto che un conflitto aperto, e molto in questo senso passerà dalle prossime elezioni presidenziali taiwanesi, previste per il 2028. (di Valerio Sarsini)

Riproduzione riservata
© Copyright Adnkronos
Tag
Vedi anche


SEGUICI SUI SOCIAL

threads whatsapp linkedin twitter youtube facebook instagram

ora in
Prima pagina
articoli
in Evidenza