Secondo il Rapporto 2026 della Universities Network for Children in Armed Conflict, le conseguenze dei conflitti sull’infanzia non terminano con la fine delle ostilità ma si protraggono per anni
Mentre i conflitti armati continuano a moltiplicarsi nel mondo, cresce il numero di bambini che, usciti dalla guerra, restano privi di reali percorsi di protezione e reinserimento sociale. È quanto emerge dal Rapporto 2026 della Universities Network for Children in Armed Conflict (Unetchac), rete accademica internazionale impegnata nella tutela dei minori coinvolti nei conflitti armati. Il rapporto nasce da un’approfondita ricerca qualitativa che raccoglie analisi accademiche, studi sul campo, dati internazionali e contributi di operatori umanitari, esperti di tutela dell’infanzia e istituzioni attive nei contesti di guerra e post-conflitto. Il documento presenta i risultati del progetto internazionale “Rebirth: Empowerment and Rehabilitation of Children in Armed Conflict, with a Focus on Girls”, promosso dal Network e sostenuto dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale nell’ambito del V Piano d’Azione Nazionale italiano collegato alla Risoluzione ONU 1325 “Donne, Pace e Sicurezza”. Il report evidenzia come migliaia di bambini continuino a subire reclutamento da parte di forze armate e gruppi armati, violenze sessuali, sfollamenti forzati, separazioni familiari, interruzione dell’istruzione e gravi traumi psicologici.
Secondo UNETCHAC, le conseguenze dei conflitti sull’infanzia non terminano con la fine delle ostilità, ma si protraggono per anni, compromettendo sviluppo, salute mentale, inclusione sociale e stabilità delle comunità. La reintegrazione richiede investimenti duraturi, coordinamento internazionale e il coinvolgimento diretto delle comunità locali. “La priorità principale della comunità internazionale dovrebbe essere quella di investire in programmi di lungo periodo per la protezione e la reintegrazione dei bambini colpiti dai conflitti armati. Questo implica non solo aumentare i finanziamenti, ma soprattutto renderli stabili, prevedibili e adeguati alla durata reale dei processi di reintegrazione”, ha dichiarato Laura Guercio, Segretario Generale di UNETCHAC e professoressa associata presso l’Università degli Studi LINK di Roma. Il rapporto sottolinea inoltre come la riduzione dei finanziamenti umanitari e il ridimensionamento delle operazioni internazionali di pace stiano indebolendo le capacità di monitoraggio, protezione e risposta a favore dei minori. Molti bambini ricevono soltanto assistenza temporanea oppure restano esclusi dai sistemi di protezione perché non inseriti nei programmi formali di disarmo, smobilitazione e reintegrazione (DDR). I servizi risultano spesso frammentati e dipendenti da finanziamenti a breve termine, incompatibili con i tempi necessari per il recupero psicologico e sociale.
Il Rapporto evidenzia come i modelli tradizionali di reintegrazione siano spesso costruiti su esperienze maschili di combattimento, con la conseguente esclusione strutturale delle ragazze associate ai gruppi armati. Molte adolescenti, soprattutto vittime di violenza sessuale o rientrate con figli, affrontano stigma sociale, emarginazione e difficoltà di accesso all’istruzione, ai servizi sanitari e ai percorsi di autonomia economica. Particolare attenzione viene dedicata ai minori scomparsi nei conflitti armati, definiti “bambini invisibili”: privi di documenti d’identità e non registrati. Guerre, bombardamenti, deportazioni, sfollamenti e il collasso dei sistemi civili stanno causando la separazione di migliaia di minori dalle proprie famiglie, spesso senza possibilità immediate di identificazione o ricongiungimento. Nella Striscia di Gaza il conflitto in corso ha prodotto una delle crisi umanitarie più gravi degli ultimi anni. In Sudan, la guerra civile ha generato una delle più grandi crisi di sfollamento infantile al mondo. In Ucraina, oltre 19.000 minori risultano deportati o illegalmente ricollocati.
Tra i dati riportati, basati su fonti ONU e UNICEF, emerge un aumento del 35% della violenza sessuale contro i bambini nei contesti di conflitto rispetto all’anno precedente, con una crescita particolarmente grave degli stupri di gruppo e delle violenze collettive. Le ragazze risultano colpite in modo sottostimato, soprattutto nei casi di matrimoni forzati, gravidanze forzate e sfruttamento sessuale da parte dei gruppi armati. Il documento segnala inoltre un incremento del 44% degli attacchi contro infrastrutture civili, incluse scuole e ospedali, con migliaia di episodi registrati nelle aree interessate dai conflitti. La maggior parte degli attacchi si è verificata in Ucraina, Israele e Territori Palestinesi Occupati e Haiti. Tra le principali raccomandazioni contenute nel Rapporto 2026 figurano: finanziamenti pluriennali e stabili per i programmi di reintegrazione; maggiore coordinazione tra interventi umanitari, sviluppo e costruzione della pace; ampliamento dell’accesso all’istruzione e ai programmi di sostegno alla salute mentale; rafforzamento dei sistemi di identificazione e tracciamento dei bambini scomparsi.
La Rete Universitaria propone inoltre l’avvio di una riflessione internazionale sull’istituzione di un meccanismo dedicato alla reintegrazione e risocializzazione dei bambini colpiti dalla guerra, capace di coordinare supporto tecnico, monitoraggio e standard globali di protezione. Il dossier sottolinea l’importanza di sviluppare sistemi di giustizia minorile orientati alla riabilitazione e alla reintegrazione, in linea con la Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia. Il Rapporto 2026 richiama infine la comunità internazionale alla necessità di considerare la reintegrazione dei bambini colpiti dalla guerra non come una misura emergenziale, ma come una priorità strutturale per la pace e la sicurezza globale. La Universities Network for Children in Armed Conflict, fondata nel novembre 2020, è la prima rete accademica internazionale nata per rafforzare il ruolo della comunità universitaria nella protezione dei bambini coinvolti, direttamente o indirettamente, nei conflitti armati. La rete riunisce oltre 40 università e centri di ricerca provenienti da Europa, Africa, Medio Oriente e Americhe, inclusi istituti situati in aree di conflitto, promuovendo collaborazione, ricerca e iniziative dedicate alla tutela dei minori.