"Pechino avrebbe gli strumenti per mettere pressione all'Iran - aggiunge l'analista - ma è solita guardare i conflitti da lontano''
Gli Stati Uniti, e Donald Trump in particolare, sono a Pechino in cerca di un "successo" oggi più che mai necessario nel pieno del conflitto con l’Iran, mentre la Cina – consapevole della propria attuale "posizione di forza" – si presenta come interlocutore in grado di parlare "eye to eye" con Washington e, secondo Axel Berkofsky, finisce per trattare il presidente americano come "un bimbo a Disneyland". Questo il commento all’Adnkronos del professore all'Università di Pavia e senior advisor dell’Ispi, sulla visita in corso del presidente americano Donald Trump in Cina e il faccia a faccia con il leader cinese Xi Jinping.
Secondo Berkofsky, un eventuale disgelo tra Washington e Pechino va letto dentro una forte asimmetria nei rapporti di forza: "La Casa Bianca e la gente intorno a Trump, vista la situazione in cui si trovano gli Stati Uniti, hanno bisogno ovviamente di una Cina 'friendly'". Una condizione, spiega, legata anche al contesto internazionale: "La guerra contro l’Iran è un disastro totale, lo Stretto di Hormuz è chiuso, i mercati fanno finta di niente, ma i costi sono enormi e gli indici di approvazione di Trump sono in calo", motivo per cui il tycoon avrebbe bisogno di "un successo" politico e diplomatico, o almeno di "vendere" la visita come tale.
In questo scenario, osserva l’analista, Pechino arriva al summit da una posizione più solida: "La Cina sa che gli Stati Uniti si trovano in una situazione molto difficile e arriva al summit da un punto di forza, mentre gli Stati Uniti si trovano nella condizione di dover produrre qualcosa di positivo e la Cina può aspettare". Più in generale, aggiunge, "la Cina è ossessionata dal concetto di 'looking eye to eye', vuole essere riconosciuta come superpotenza e per loro il più grande rivale sono gli Stati Uniti e sarà sempre così". Proprio la consapevolezza di forza cinese spiega l'accoglienza pomposa riservata a Trump a Pechino: "è come un Paese che soddisfa un bambino che viene a visitare Disneyland - ha aggiunto - quello degli Usa non è un governo normale, quello che fa è assurdo, ma rimane la prima potenza economica mondiale e continuerà a contare".
Il dossier Taiwan resta invece il principale elemento di tensione. "Se io fossi presidente di Taiwan sarei preoccupato", afferma Berkofsky a proposito dell'ambiguità dell'amministrazione Trump sul sostegno all'isola, ricordando anche le discussioni, in passato, su una possibile revisione del Taiwan Relations Act, che regola i rapporti non ufficiali tra Washington e Taipei. Tuttavia, precisa, "anche se gli Stati Uniti domani dicessero che non sono più interessati a difendere Taiwan, la Cina non invaderebbe domani", perché la questione è soprattutto "di prestigio" e rivolta al pubblico interno. La pressione su Taipei, aggiunge, si manifesta già oggi in forme indirette: "Quello che la Cina sta facendo adesso non è una guerra aperta, ma una hybrid warfare: cyberwar, disinformazione, intrusioni nello spazio taiwanese migliaia di volte all’anno". Per questo, sottolinea, "Taiwan è già sotto pressione", anche se senza uno scenario militare immediato.
Infine, sul ruolo della Cina nella crisi iraniana e nello Stretto di Hormuz, Berkofsky evidenzia margini di influenza ma anche limiti concreti: "Chi compra il petrolio iraniano è la Cina, il 92% finisce nella Cina… se la Cina volesse mettere l’Iran sotto pressione, sicuramente avrebbe gli strumenti". Tuttavia, conclude, "non so se questo è sufficiente… la Cina guarda sempre da lontano i conflitti, ma ha grandissimo leverage economico".