il Presidente cinese non persegue risultati immediati ma conta su un messaggio ripetuto in incontri frequenti con la controparte americana. Che ha già dimostrato di aver ceduto a tale sforzo, sminuendo il nuovo pacchetto da 14 mld per la vendita di armi a Taiwan come una 'fiche molto efficace nei negoziati' con la Cina
Nella parola 'jianchi' (aderire), il senso della visita appena conclusa di Xi Jinping a Donald Trump e del sottile sforzo a lungo termine del leader cinese per spostare del poco che serve a Pechino la posizione del Presidente americano su Taiwan (e sul Giappone). Per ottenere dal battito d'ali di un paio di parole diverse a Washington, l'uragano di un cambiamento di equilibri in Asia. La giovialità esibita dal leader cinese nel corso della visita appena conclusa negli Stati negli Stati Uniti non vela il freddo calcolo per ottenere la transizione dalla neutralità verbale sull'indipendenza di Taiwan adottata tradizionalmente dagli Stati Uniti, il mancato sostegno esplicito all'indipendenza, all'espressione di una opposizione. Una politica dei piccoli passi, quindi. Non un grande balzo. E il vertice appena concluso dimostra che Pechino controlla il gioco che ha come obiettivo che gli Usa attribuiscano alle politiche di Taipei, non alle minacce di Pechino di una riunificazione, la fonte principale delle tensioni nello Stretto. Il premio promesso da Xi a Trump è quello di una "stabilità strategica", di una relazione win-win miele per le orecchie dell'affarista alla Casa Bianca, in cambio solamente, come ribadisce l'analisi pubblicata oggi dal Global Times, di una posizione "corretta" e "prudente" su Taiwan.
"Auspico che gli Stati Uniti aderiscano alla posizione corretta di opporsi all'indipendenza di Taiwan e gestiscano la questione con prudenza", ha dichiarato Xi nel suo incontro con Trump di giovedì, secondo il riassunto ufficiale diffuso dall'agenzia Xinhua. Tale approccio "getterebbe le solide basi di una cooperazione strategica fra Stati Uniti e Cina e dello sviluppo di relazioni bilaterali". L'uso del termine Jianchi per 'aderire' significa che, "per Pechino, Trump ha già fatto proprie alcune delle linee rosse poste dalla Cina su Taiwan", ha spiegato Craig Singleton, analista del programma Cina alla Fondazione per la difesa delle democrazie, in una intervista al New York Times. Tant'è che il ministero degli Esteri a Taiwan ha denunciato subito, riconoscendola, la "distorsione dei fatti" operata da Pechino.
Se Trump approva un nuovo pacchetto per la vendita di 14 miliardi di dollari di armi a Taiwan, con missili, sistemi anti drone e per la difesa aerea, dopo il 'deal' da 11 miliardi varato dal Presidente americano solo lo scorso anno, salta la fragile détente fra Pechino e Washington, fragilità sottolineata dall'estensione solo di un paio di mesi della tregua commerciale. Lo stesso Trump ha riconosciuto dopo il vertice di Pechino la scorsa primavera il nuovo pacchetto come una "fiche molto efficace nei negoziati con la Cina", sminuendolo così nella direzione di quanto auspicato a Pechino.
"I frequenti incontri con la sua controparte americana - dopo i tre colloqui di vertice dallo scorso ottobre e in vista dei nuovi incontri a margine del vertice Apec a Shenzhen a novembre e del G20 di Miami a dicembre, ndr - sono per Xi l'opportunità per modellare piano piano le opinioni di Trump piuttosto che ricercare risultati decisivi. "L'opportunità di sondare le fragilità della posizione americana", come ha confermato Matt Pottinger, ex vice consigliere per la sicurezza nazionale di Trump durante il suo primo mandato alla Casa Bianca, ora direttore del Programma Cina alla Fondazione per la difesa per le democrazie.
Stessa strategia fra l'altro sul Giappone, con Xi che nei giorni scorsi ha ricordato a Trump che Usa e Cina hanno combattuto insieme contro il nemico giapponese durante la Seconda guerra mondiale e parlato del Giappone imperiale come di un regime "fascista" e come di un "aggressore militarista", per portare Trump a convincersi che, anche ora, 'loro sono i cattivi e noi i buoni'.