L’inviato di Trump racconta che con l’ex premier si parlò anche della vendita dell’albergo della famiglia di Olivia Paladino. Conte taglia corto: “Io parlo di politica, non di stupidaggini”
Un pranzo presentato inizialmente come un incontro politico torna a galla quattro mesi dopo come possibile passaggio di una trattativa immobiliare da oltre 300 milioni di euro. Al centro ci sono Giuseppe Conte, Paolo Zampolli, rappresentante speciale di Donald Trump per le partnership globali, e il Grand Hotel Plaza di Roma, storico albergo di via del Corso della famiglia di Olivia Paladino, compagna del presidente del Movimento 5 Stelle.
Non risultano accordi conclusi, incarichi affidati a Conte o compensi. Ma le diverse versioni fornite sull’incontro della fine di marzo hanno aperto un caso politico, alimentato dagli attacchi della maggioranza e dal passato del leader M5s, alla guida di un movimento che ha fatto della trasparenza e della lotta ai conflitti di interesse alcuni dei propri cavalli di battaglia.
Conte e Zampolli si incontrarono il 31 marzo al ristorante Sanlorenzo, nel centro di Roma. L’incontro, spiegò allora Conte, era avvenuto su richiesta di Zampolli, in un luogo pubblico e nell’ambito dei colloqui che l’inviato di Trump stava avendo con diversi esponenti italiani. Conte sostenne inoltre di aver illustrato le posizioni del M5s in politica estera e di aver affidato a Zampolli un messaggio per Trump contro le operazioni militari statunitensi in Iran.
La nuova ricostruzione cambia almeno in parte il quadro. Secondo il quotidiano "Libero", Zampolli avrebbe cercato Conte anche per discutere del Plaza e della possibilità di trovare un investitore interessato all’acquisto. Lo stesso Zampolli ha raccontato di essere andato all’incontro “anche perché” voleva affrontare il tema dell’albergo, aggiungendo di non essere particolarmente interessato a parlare di politica con il leader M5s.
La versione fornita successivamente da Zampolli al "Corriere della Sera" è più sfumata. L’inviato di Trump sostiene che, nei mesi precedenti, un investitore di sua conoscenza aveva saputo che l’albergo era in vendita e aveva manifestato interesse. Zampolli ne avrebbe quindi parlato con Conte per “due minuti”, ricevendo come risposta che l’ex premier non si occupava direttamente dell’operazione.
“Non sono andato a negoziare il palazzo”, ha precisato Zampolli. L’investitore, del quale non ha voluto rivelare l’identità, non sarebbe né italiano né americano. La trattativa, per quanto ne sa, non sarebbe stata ancora chiusa e dovrebbe eventualmente passare attraverso una società immobiliare statunitense.
Zampolli ha anche fornito una propria valutazione: la richiesta di 325 milioni sarebbe eccessiva, mentre a 300 milioni sarebbe disposto, almeno a parole, a comprare personalmente l’immobile. L’obiettivo sarebbe mantenerne la destinazione alberghiera, dopo una ristrutturazione, per inserirlo in una catena internazionale.
Il M5s offre una lettura differente. Fonti del Movimento sostengono che sia stato Zampolli a introdurre direttamente la questione e che Conte l’abbia liquidata come estranea alla propria attività. Interpellato sulla vicenda, il presidente dei Cinque Stelle ha tagliato corto: “Io parlo di politica, non di stupidaggini”.
Il punto più delicato riguarda l’eventuale coinvolgimento professionale di Conte. "Libero" sostiene che l’ex premier, nella sua qualità di avvocato, avrebbe contribuito alla preparazione di una bozza di offerta non vincolante e alla definizione delle condizioni per la due diligence sull’albergo.
Matteo Di Raimondo, avvocato, docente alla Luiss e marito di Cristiana Paladino (sorella di Olivia), ha però escluso un ruolo operativo del leader M5s. Conte, ha spiegato, è il compagno di Olivia ed è un avvocato, quindi potrebbe normalmente partecipare a qualche ragionamento, ma non avrebbe alcun incarico attivo nella vendita.
Secondo la ricostruzione del quotidiano, l’incarico di trovare un compratore sarebbe stato affidato a un’agenzia immobiliare e allo stesso Di Raimondo. Si parla di una proposta da 310 milioni presentata a fine aprile dalla società londinese Cbe Capital Limited. L’avvocato Andrea Mazziotti di Celso, che rappresenta Cbe in Italia, non ha confermato l’esistenza dell’offerta, richiamando gli obblighi di riservatezza, e ha negato di averne mai parlato con Conte.
La vicenda è diventata rapidamente materiale per lo scontro politico. Massimo Ruspandini, vicecapogruppo di Fdi alla Camera, accusa Conte di presentarsi pubblicamente come moralizzatore e leader della sinistra, per poi trasformarsi in “mediatore immobiliare di lusso” per la famiglia della compagna.
Maurizio Gasparri sceglie invece l’ironia: “Dal superbonus al superalbergo. Si vede che Giuseppi per gli immobili non è tagliato”. Il senatore di Forza Italia contesta soprattutto la distanza tra l’immagine pubblica del Movimento e la gestione della vicenda: chi ha costruito la propria identità sulla cultura del sospetto e sulla lotta ai conflitti di interesse, sostiene Gasparri, sarebbe tenuto a fornire spiegazioni particolarmente dettagliate.
L’esponente azzurro prova inoltre a collegare il caso alla competizione per la guida del campo largo: Conte mantiene posizioni fortemente critiche verso Trump e la politica occidentale, ma nello stesso tempo intrattiene rapporti personali con un uomo vicino al presidente americano.
La polemica ha riportato alla luce anche la vicenda giudiziaria che coinvolse Cesare Paladino, padre di Olivia e storico gestore del Plaza. Paladino aveva patteggiato una pena di un anno, due mesi e 17 giorni per il mancato versamento al Comune di Roma di oltre due milioni di euro di tassa di soggiorno riscossa tra il 2014 e il 2018.
Nel 2020, durante il governo Conte II, l’articolo 180 del decreto Rilancio modificò la disciplina applicabile ai gestori delle strutture ricettive. Il giudice dell’udienza preliminare di Roma ritenne che la nuova normativa avesse trasformato la condotta in un illecito amministrativo e revocò la sentenza di patteggiamento per intervenuta abolizione del reato. Sul punto esisteva però anche un orientamento contrario della Cassazione per le condotte precedenti alla riforma.
Anche allora le opposizioni parlarono di una norma “salva suocero”. Fu il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini ad assumersi la responsabilità politica dell’intervento, sostenendo che la misura era nata negli uffici del ministero per rispondere alle richieste del settore alberghiero e che Conte non ne era stato informato prima del Consiglio dei ministri.