Alla Confedilizia la presentazione di "Siamo stati iscritti al Pci", il carteggio di Chicco Testa e Claudio Velardi. Con Gualtieri, Petruccioli, Mieli, Merlino e il saluto di Crosetto, una discussione senza nostalgia sulla storia della sinistra italiana, tra comunità, potere, menzogna
Il momento più “parac*lo” (definizione dei relatori) è l’intervento di Paolo Mieli, che si riassume in una parola: "menzogna". La presentazione di Siamo stati iscritti al Pci , il libro-dialogo di Chicco Testa e Claudio Velardi edito da LiberiLibri, trova lì il suo punto più scoperto: non soltanto nel bilancio di una militanza, ma nel rapporto che un’intera generazione ebbe con ciò che sapeva, intuiva o preferiva non vedere. La costruzione narrativa che permetteva di non guardare fino in fondo l’Unione Sovietica, i suoi crimini, la sua natura illiberale, i suoi campi di concentramento.
Mieli parte dalla propria biografia laterale: iscritto alla Fgci negli anni Sessanta, poi approdato alla sinistra extraparlamentare, Potere Operaio, "dalla parte più sbagliata ancora della storia", dice con ironia, “anche perché la mia moglie dell’epoca militava lì”, e lo stesso Velardi racconta di essersi buttato a sinistra perché era il modo di farsi notare dalle ragazze più carine del liceo (il Genovesi, non l’Umberto come scritto dal ‘Corriere’, tiene a precisare). Dietro lo scherzo c’è però il nodo politico e morale.
“Io me lo sono sempre domandato”, dice Mieli, “quanto ero consapevole in quegli anni di essere uno che raccontava un sacco di bugie? E quanto erano consapevoli le persone intorno a me? Nel mondo in cui vivevo, la menzogna era la regola: raccontare cose che non stavano né in cielo né in terra. Mieli smonta il mito dell'autocoscienza critica del Pci. Il partito si è sempre vantato di aver condannato l'invasione sovietica della Cecoslovacchia nel 1968, ma nel 1983, quando Giovanni Minoli a ‘Mixer’ chiede a Berlinguer quale sia il suo uomo politico di riferimento, il segretario risponde János Kádár, l'uomo che gli ungheresi installarono dopo aver impiccato Imre Nagy nel 1956 e che rimase al potere fino al 1988. “Capite il cinismo e la menzogna?”, chiede Mieli alla platea. E ancora: nel 1975 Berlinguer definiva il sistema sovietico “un sistema sano con tratti illiberali”, un anno dopo che il Nobel per la Letteratura era stato assegnato a Solzhenitsyn. Da questa chiacchierata, il busto dello storico segretario (lucidato nel film uscito l'anno scorso), ne esce parecchio ammaccato.
Da qui la forza della serata nella sede di Confedilizia, luogo volutamente spiazzante per un libro sul Pci: il quartier generale dei proprietari edilizi che ospita la memoria critica di due ex comunisti. Giorgio Spaziani Testa lo dice in apertura, rivendicando la funzione di un luogo capace di accogliere pensiero e dibattito. Myrta Merlino, che modera, dà il tono: questo non è un libro di reduci, ma di "simpatici mascalzoni", pieno di sentimento, memoria, ironia e intelligenza urticante. Dentro c’è il sogno comunitario, la politica come amicizia, amore, sezione, militanza; ma c’è anche il racconto delle furbizie, delle malefatte, degli inganni interni, delle occasioni perdute.
Il filo è antinostalgico. Lo dice già la frase di Miriam Mafai scelta come esergo, "Non rinnego e non rimpiango". E lo riprende Guido Crosetto, assente alla presentazione ma presente con un saluto letto in sala e con la prefazione al volume. Crosetto, democristiano di formazione e oggi ministro della Difesa, riconosce negli autori due uomini venuti dall’altra "chiesa" della Prima Repubblica. Proprio per questo, osserva, può guardare alla loro storia con rispetto e distanza. L’etica repubblicana di un tempo, pur dentro una contrapposizione durissima, sembra oggi essersi consumata. Allora comunisti e democristiani, socialisti, liberali, repubblicani e missini si combattevano, ma dentro partiti che avevano contribuito alla ricostruzione del Paese. Oggi, scrive Crosetto, davanti alle scelte strategiche nazionali servirebbe ritrovare la capacità di far prevalere una weberiana “etica della responsabilità" sulle convinzioni e "il bene comune" sulle fazioni.
Testa e Velardi non raccontano il Pci come una setta di malvagi, né come una comunità innocente. Ne riconoscono la grandezza civile, la forza organizzativa, il ruolo democratico, la capacità di formare classe dirigente. Ma proprio per questo sono spietati con le sue autoillusioni. Nel volume c’è la vita delle sezioni, con i militanti che andavano a letto presto perché la mattina lavoravano, la scoperta di una comunità rassicurante dopo gli estremismi universitari, il fascino di un’appartenenza in cui politica, amicizie e amori si fondevano. Ma c’è anche l’altra faccia: il bisogno di sentirsi diversi, migliori, esterni alla normalità democratica italiana.
Roberto Gualtieri prova a rimettere ordine in questa storia. Anche lui iscritto al Pci, ma di una generazione più giovane, rivendica l’originalità del comunismo italiano. Se lo si giudica come partito comunista occidentale, il Pci fu un unicum: nessun altro partito comunista dell’Europa occidentale ebbe quella dimensione, quella capacità di radicamento, quella forza nel concorrere alla tenuta democratica e poi alla costruzione di un grande partito della sinistra europea. Pretendere che il Pci non fosse comunista, dice in sostanza Gualtieri, significa chiedergli di non essere ciò che era. Il suo successo, e insieme il suo limite, sta lì.
Il sindaco di Roma riconosce però anche le fragilità del post-comunismo: una cultura socialdemocratica incompleta, una insufficiente familiarità con lo Stato, una tendenza a concentrarsi più sulla conquista del potere che sui contenuti dell’azione di governo. Il Pci, secondo Gualtieri, seppe produrre grandi amministratori locali, ma non sempre una cultura di governo nazionale all’altezza della complessità dello Stato. È una lettura meno liquidatoria di quella degli autori, ma non assolutoria.
Claudio Petruccioli porta invece la discussione sul punto che considera decisivo: la svolta incompiuta. Non alla Bolognina, ma la notte del 21 giugno 1976, con il Pci al 34,4%, avrebbe potuto essere il momento in cui dire apertamente che gli italiani avevano già trasformato quel partito in qualcosa di diverso. La caduta del Muro, anni dopo, avrebbe imposto un taglio netto non solo con il nome, ma con un modo di concepire la politica, la realtà e gli avversari. Ma quel passaggio, sostiene Petruccioli, non fu portato fino in fondo. E ancora oggi la sinistra italiana paga quel conto.
Il suo intervento è forse il più severo verso sé stesso e verso la propria generazione. Petruccioli dice di avere quelle vicende "timbrate sulla carne". Non si sottrae alla responsabilità di chi, allora, avrebbe potuto dire di più e meglio. Contesta la tentazione di trasformare il libro solo in un affresco sentimentale. Bello, divertente, perfetto persino per un sequel del “Sol dell’avvenire” morettiano, dice. Ma se si parla di politica, aggiunge, servono "meno sentimenti, meno sorrisi, più durezza e più severità".
Velardi raccoglie la sfida e porta il discorso sul potere. Per lui il comunismo fu, prima di tutto, una formidabile dottrina del potere. La menzogna, spiega, non era un incidente: era funzionale a custodire un’identità, un popolo, una funzione storica. I dirigenti più lucidi, quelli che certe cose le sapevano, non le dicevano fino in fondo perché il potere del partito, del suo mondo e della sua narrazione veniva prima della verità. È in questo schema che Velardi legge anche la vicenda di Massimo D’Alema e del Kosovo: il momento in cui un leader ex comunista, arrivato al governo, deve "tradire la sua biografia" per onorare il proprio dovere. Una scelta drammatica, ma proprio per questo politica nel senso più pieno.
Chicco Testa sposta invece il baricentro sulla categoria dell’alterità. Berlinguer, dice, fu il "sacerdote" di una religione politica che si percepiva altra rispetto alla società italiana. Il Pci cercò più volte di diventare normale, ma non riuscì mai a esserlo del tutto: con Berlinguer e la frase sulla Nato (meglio del patto di Varsavia), con Occhetto e la Bolognina, con D’Alema a Palazzo Chigi, con Veltroni al Lingotto, con Renzi e il suo tentativo di rompere gli ultimi tabù. Ogni volta, secondo Testa, il passaggio si interrompeva prima della fine. Ogni volta restava qualcosa: l’idea di essere migliori, più seri, più puri, più legittimati degli altri.
Nel libro i due “mascalzoni” mettono sotto accusa alcuni miti identitari. La battaglia contro gli euromissili viene riletta come una battaglia che finì per fare l’interesse di Mosca. Il referendum sulla scala mobile viene descritto come una scelta conservatrice e perdente. Tangentopoli è uno dei passaggi più duri: per Testa e Velardi, il Pds si schierò con Mani pulite anche perché Craxi era la "bestia nera" del Pci, contribuendo così a una deriva giustizialista e alla cancellazione della cultura garantista. La lunga stagione dell’antiberlusconismo viene vista come un altro capitolo di questa fuga dalla responsabilità politica verso il rifugio morale.
Altrettanto ruvido è il giudizio sulla "coerenza", parola che nel lessico della sinistra ha spesso funzionato come arma contro chi cambiava idea. Nel libro la fedeltà ai propri ideali viene smontata come formula vuota quando impedisce di misurarsi con i fatti. Gli ideali, scrivono gli autori, sono facili da proclamare; difficili sono i mezzi, le scelte, l’assunzione di responsabilità. (di Giorgio Rutelli)