Prodi punge il Pd: 'Parla solo di concetti astratti, la destra vince con l'identità'

L'ex premier nel saggio "La stagione dell'identità" di Domenico Petrolo: 'non è più l'economia a spostare i risultati elettorali'

Romano Prodi - Fotogramma/IPA
Romano Prodi - Fotogramma/IPA
05 febbraio 2026 | 16.50
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L’epoca del celebre slogan clintoniano (o meglio, del suo consulente James Carville) “It’s the economy, stupid!” è finita. A dirlo è Romano Prodi, in un dialogo con Domenico Petrolo nel saggio La stagione dell’identità (FrancoAngeli). Oggi, sostiene l'ex presidente del Consiglio e della Commissione europea, “l’economia continua ad avere un ruolo centrale nella vita delle persone, ma ciò che determina le scelte degli elettori è l’identità. E la sinistra continua a non capirlo”.

Il passaggio è ormai strutturale: le promesse economiche non bastano più, né convincono. L’identità, spiega Prodi, è diventata “l’unico vero fattore che unisce”, il collante che tiene insieme elettorati anche molto diversi tra loro. È lo stesso meccanismo che regge slogan come Make America Great Again. Al di là delle proposte concrete, spesso contraddittorie, ciò che funziona è l’idea semplice e totalizzante di appartenenza: “fare di nuovo grande l’America”. Un messaggio identitario che crea coesione e offre un senso immediato, soprattutto in una fase storica segnata dall’incertezza.

La nostalgia come politica

Questo schema non riguarda solo gli Stati Uniti. Prodi lo osserva con chiarezza anche in Europa, dove le forze populiste e nazionaliste avanzano facendo leva sulla “politica della nostalgia”. Racconta la sua esperienza recente in Polonia, un Paese profondamente trasformato dall’integrazione europea: salari più alti, infrastrutture moderne, protezione sociale rafforzata. Eppure, pochi mesi dopo aver celebrato i benefici dell’Unione, gli elettori hanno scelto un presidente euroscettico, “ancorato al passato”.

Il paradosso, secondo Prodi, si spiega proprio con il tema identitario. In molti Paesi dell’Europa orientale l’Unione viene percepita come una forza che ha “indebolito o cancellato le radici”, siano esse religiose o politiche. L’identità, sottolinea, “è una cosa molto, molto complessa, non è uguale dappertutto”, e non può essere trattata come una variabile secondaria.

Alla base di questo processo c’è un mutamento profondo del desiderio collettivo. “La priorità del desiderio è stata sostituita dalla paura di perdere ciò che già si possiede”. Quando prevale la sicurezza, le società si aprono; quando domina la paura, si chiudono. Ed è qui che, a giudizio di Prodi, la sinistra mostra una difficoltà strutturale.

La sinistra e l’incapacità di capire le paure

Prodi è particolarmente severo nel giudizio sulle forze progressiste. Non tanto per ciò che dicono, ma per ciò che non riescono più a vedere. “La sinistra oggi non parla neanche di numeri”, osserva. "Guardi il Partito Democratico, parlano di principi, di principi e concetti astratti. Anche quando affrontano il tema della sanità, lo fanno in modo generico, riducendo tutto alla richiesta di 'più fondi', senza una visione concreta o un progetto reale". Il risultato è una distanza crescente da territori colpiti dalla deindustrializzazione, dove le persone non hanno perso solo un reddito, ma anche un ruolo sociale, un’identità. “Oltre al reddito, hanno perso anche la propria identità”, spiega Prodi. I movimenti di destra, al contrario, hanno capito perfettamente questo smarrimento e se ne sono fatte interpreti.

In questi contesti, il conflitto si sposta rapidamente. Quando un posto di lavoro scompare, “qualcuno deve essere indicato come il responsabile”. Non necessariamente l’immigrato che “ruba” il lavoro, ma un altro Paese, un’altra economia, un’entità percepita come ostile. È così che nascono l’ostilità verso la Cina, verso la Germania o verso l’Europa stessa. L’identità si rafforza individuando un nemico.

Woke contro "Dio, patria, famiglia"

Prodi non risparmia critiche neppure alla cultura woke, distinguendola nettamente dalle battaglie per i diritti civili che lui stesso ha sostenuto, spesso pagando un prezzo politico elevato. La cultura woke, afferma, è “un’idea così avanzata proposta da un’élite da risultare, di fatto, escludente”. Un’ideologia che pretende di rappresentare la società ma finisce per allontanarsene.

Il confronto con Trump è, anche qui, illuminante. Da una parte una frammentazione identitaria che divide; dall’altra un messaggio unico, semplice, immediato. “L’identità ha bisogno di semplicità, non tollera la diplomazia. Come un dogma, non si negozia”. Funziona come le mura nel Medioevo: quando c’è da difenderle, non si discute. "Dio, Patria e Famiglia” funziona proprio così: uno strumento di aggregazione formidabile e non si discute sulla coerenza o incoerenza di chi lo incarna in quel dato momento", dice l'ex premier.

Immigrazione, integrazione, sicurezza

Nel dialogo con Petrolo, Prodi affronta anche il nodo dell’immigrazione, legandolo strettamente a identità, sicurezza e integrazione. L’integrazione, afferma, è fondamentale per evitare conflitti. Porta l’esempio della Spagna, che ha favorito l’immigrazione dal Sud America, puntando su affinità culturali e linguistiche come veicolo di inclusione. Sul tema del velo integrale, Prodi mantiene una posizione pragmatica: il diritto di esprimere la propria appartenenza deve convivere con esigenze di sicurezza e riconoscibilità. “Non si può nascondere totalmente il proprio volto”, né per ragioni simboliche né pratiche. Anche qui, il punto centrale resta uno: affrontare questi temi senza liquidarli come “armi di distrazione di massa”, ma riconoscendo che parlano a paure reali, che la politica non può permettersi di ignorare.

Il saggio di Petrolo

"La stagione dell’identità. Dalla Brexit a Trump, perché orgoglio e valori contano più di salari e welfare" è il saggio con cui Domenico Petrolo, analista politico ed esperto di comunicazione, prova a spiegare uno dei grandi spostamenti della politica occidentale contemporanea: il passaggio dall’economia all’identità come asse principale del conflitto politico. Pubblicato da FrancoAngeli, il volume intreccia analisi storica, teoria politica e una serie di dialoghi con protagonisti e studiosi per raccontare perché oggi il voto si muove sempre meno intorno a salari, redistribuzione e welfare, e sempre più intorno a riconoscimento, appartenenza e dignità.

Petrolo costruisce il suo ragionamento attraversando Brexit, trumpismo, populismi europei, cultura woke e crisi della sinistra, con un’attenzione costante al fattore emotivo e simbolico della politica. Il libro si colloca nel solco di una riflessione più ampia sull’Occidente, sulle sue paure e sulle sue fratture, ma lo fa con un taglio divulgativo e dialogico, che rende accessibili concetti complessi senza semplificarli. Al centro del saggio c’è un’idea chiave: “niente è solo economico, tutto è status”. È da qui che l'autore invita a ripensare il linguaggio della politica, se l’obiettivo è salvare le democrazie liberali in un’epoca in cui il bisogno di riconoscimento ha sostituito quello di redistribuzione.

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