Legge elettorale, Follini: "Punto debole sono le coalizioni"

Il punto di vista di Marco Follini per Adnkronos

Marco Follini - Fotogramma
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31 maggio 2026 | 10.05
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"Puntuale come il Frecciarossa di una volta (di una volta, insisto), sul finire della legislatura si affaccia il tema della legge elettorale. Che la maggioranza vuole cambiare a quanto pare ad ogni costo, pur covando al suo interno opinioni e interessi non proprio fatti della stessa pasta. E che l’opposizione un po’ vorrebbe correggere e un po’ vorrebbe invece sabotare. Salvo avere anch’essa le sue belle gatte da pelare. E’ un classico, ormai. Che si ripete almeno dal 2006, quando i leader del centrodestra di allora, contrastati assai debolmente dal centrosinistra di allora, pensarono bene di affidare al buon Calderoli il compito di confezionare un intruglio che gli elettori avrebbero dovuto digerire a maggior gloria dei loro condottieri. Cosa che all’epoca avvenne, come si ricorderà, senza troppe proteste. E senza neanche troppi rimpianti per i collegi cancellati e per le preferenze mai più ripristinate. Con un secco guadagno di potere (in più) e di fatica (in meno) per i leader di quella stagione lontana ma non proprio lontanissima. Di lì in poi si è pensato bene di affidare al marchingegno della regola elettorale, e della sua mutazione, la prefigurazione dei governi futuri. Ed è diventato quasi fatale che ogni maggioranza si illudesse di piegare le regole dell’ultima ora alle sue convenienze del momento. Lasciando ogni opposizione al bivio tra una virtù troppo astratta e un vizio troppo poco conveniente. Fino ad oggi, ultima edizione del tormentone. Il punto è che una nuova legge elettorale presuppone (o almeno dovrebbe) un’idea del paese e non solo un calcolo dei suoi numeri. E soprattutto dovrebbe sciogliere un nodo, che si è andato via via ingarbugliando. Ora il nodo a me pare questo: qual è la struttura portante del nostro sistema politico? Sono i partiti o sono le coalizioni? La Costituzione descrive e prescrive un sistema parlamentare puro, come è noto. Ma l’abitudine politica di tutti questi anni ha tracciato le linee di un altro sistema. Laddove gli elettori votano (o si illudono di votare) per il governo e dunque rivolgono la loro attenzione ai capi delle coalizioni, come avessimo già messo all’opera una sorta di premierato surrettizio. Cosa che piace molto alla Meloni, piace un po’ meno ai suoi alleati e divide l’opposizione tra quanti si rassegnano all’idea di prestarsi a fare più o meno la stessa cosa a parti rovesciate e coloro che invece si dichiarano ancora fedeli alla tradizione, diciamo così, (primo)repubblicana. Fatto sta però che sono proprio le coalizioni il punto debole del nostro attuale sistema. Poiché esse sono guidate da un (ovvio) intreccio di mutevoli calcoli di convenienza, e sono remunerate dai vantaggi numerici che esso può comportare. Ma sono a loro volte indebolite proprio dalla progressiva erosione del sistema dei partiti. Così, l’idea di puntare sulle coalizioni come struttura portante del sistema politico si rivela un calcolo non proprio felicissimo. Dato che tra le coalizioni che si formano e i partiti che pretendono di guidarle nasce sempre un attrito che via via si fa più stridente. Il fatto è che le coalizioni in realtà sono davvero forti quando sono forti i partiti. Perché in quel caso si riesce a tenere insieme l’egemonia del partito (più grande) che guida e l’apporto tutt’altro che marginale degli altri partiti che accompagnano e alle volte condizionano gli schieramenti. Ne può nascere un gioco a somma positiva, come ci ricorda la storia politica italiana. Mentre quando la coalizione lega tra loro partiti quasi ostili, indotti a stare assieme più dalla convenienza numerica che dalla convinzione politica, stretti nelle maglie di un formato politico che non sentono loro, va a finire che le coalizioni diventano il limite e non più la forza dei partiti che le guidano. I partiti maggiori avrebbero tutto l’interesse a investire su se stessi, affidando le loro sorti a una legge proporzionale pura e cercando di costruire il loro primato su numeri elettorali veri. E invece si predispongono a trattare con alleati ballerini costruendo sulla carta coalizioni disomogenee, tenute insieme solo dall’illusione di trarre un vantaggio numerico da un’associazione assai poco convinta. Non proprio un investimento lungimirante sulla legislatura che verrà, a occhio e croce". (di Marco Follini)

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