Quattro anni di governo Meloni, spread e conti pubblici: la scommessa sulla stabilità finanziaria

Meno positivo, sempre guardando ai numeri, il bilancio sulla crescita e sul potere di acquisto dei salari, temi che saranno inevitabilmente al centro della prossima campagna elettorale

Quattro anni di governo Meloni, spread e conti pubblici: la scommessa sulla stabilità finanziaria
02 settembre 2026 | 14.07
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Il primato di longevità del governo Meloni porta con sé un dato oggettivo, quello della stabilità politica. Un fattore che, per definizione, piace ai mercati finanziari. Quattro anni con la stessa maggioranza e la stessa guida a Palazzo Chigi rappresentano per gli investitori un ancoraggio che, a maggior ragione per un Paese ad alto debito come l'Italia, è un presupposto essenziale per garantire affidabilità. Poi ci sono state le scelte sui conti pubblici, spesso contestate anche all'interno dello schieramento che sostiene l'esecutivo. Il rigore vigilato a fatica dal ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti, forte del mandato chiaro ricevuto dalla premier, ha consentito di tenere la politica economica dentro una cornice compatibile con la stabilità finanziaria. Meno positivo, sempre guardando ai numeri, il bilancio sulla crescita e sul potere di acquisto dei salari, temi che saranno inevitabilmente al centro della prossima campagna elettorale.

Cosa dicono i numeri, lo spread

La stabilità finanziaria di un Paese si misura essenzialmente considerando l'andamento dello spread. È il valore che si ottiene confrontando il rendimento dei BTP a dieci anni, il titolo di Stato preso come riferimento, e dei Bund, i corrispettivi tedeschi. Il governo Meloni si è insediato il 22 ottobre 2022. In quel momento lo spread valeva 233 punti base, cioè c’era una differenza di 2,33 punti percentuali tra il rendimento dei titoli italiani e quello dei titoli tedeschi. Il primo settembre 2026, in chiusura di seduta, il differenziale ha chiuso a 83 punti base, con il rendimento del decennale italiano al 4,17%, sui massimi da novembre 2023. Come si leggono questi numeri? Per definizione, il rendimento di un titolo di Stato rappresenta il guadagno che un investitore ottiene acquistandolo e detenendolo. Un aumento dello spread è visto come un peggioramento della fiducia nei titoli di Stato da parte degli investitori, al contrario un calo è interpretato come un aumento della fiducia. Certo, sono numeri che vanno sempre contestualizzati. Sull'andamento dello spread incidono anche l'aumento del rendimento dei titoli tedeschi e il trend generale, con molti altri Paesi, inclusa la Grecia che è uscita da una spaventosa crisi finanziaria, che hanno visto scendere i propri spread. Resta comunque evidente che la stabilità politica ha portato stabilità finanziaria. E che la riduzione dello spread riflette una maggiore fiducia degli investitori internazionali nei confronti del debito sovrano italiano.

I conti pubblici, una scelta di campo

L'andamento dello spread è strettamente legato anche alla chiara scelta di campo fatta dal governo Meloni sui conti pubblici. Non a caso, nei primi 100 giorni di mandato, grazie a una legge di bilancio improntata alla prudenza fiscale che ha rassicurato i mercati, il tasso è sceso rapidamente fino a 175 punti base già a gennaio 2023. Questa politica fiscale è rimasta un tratto distintivo dell'azione di governo, con il rispetto sostanziale dei vincoli europei e l'attuazione dei piani legati al Pnrr che hanno rassicurato anche le agenzie di rating. Tornando ai numeri, il rapporto deficit/PIL è sceso stabilmente al 3,4% nel 2024 ed è ulteriormente calato al 3,1% nel 2025. Un dato, questo, che non ha consentito l'uscita dalla procedura d'infrazione europea per deficit eccessivo. Le stime per la chiusura dell'anno in corso dicono che il deficit dovrebbe finalmente scendere sotto la soglia del 3%. Meno confortanti i dati sul debito. Lo stock complessivo del debito pubblico quest'anno ha superato per la prima volta la soglia di 3.200 miliardi di euro. A pesare sono stati soprattutto l'eredità del superbonus e l'impatto dei tassi di interesse. In rapporto al pil, il debito dopo essere rimasto al 134,7% nel 2024, è risalito al 137,1% nel 2025. E le proiezioni del Documento di Finanza Pubblica e dell'Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPB) stimano un picco superiore al 138% per il 2026.

I risultati nel mercato del lavoro

I conti pubblici hanno beneficiato anche della tenuta del mercato del lavoro. Il governo, in particolare, rivendica un milione di occupati in più da quando è in carica (24,3 milioni di luglio 2026 rispetto ai 23,2 milioni di novembre 2022) con il tasso di occupazione al picco del 63,2%. In parallelo la disoccupazione generale scende al 5,8% (oltre 2 punti in meno rispetto a fine 2022) e quella giovanile (15-24 anni) scende ai minimi storici (18,9% rispetto al 24% di settembre 2022). Le forze di opposizione contestano però la lettura trionfalistica di questi dati. La disputa riguarda soprattutto il rapporto tra la quantità dei posti di lavoro creati e la loro qualità effettiva. Da una parte il governo sottolinea come l'aumento dell'occupazione sia trainato principalmente dai contratti a tempo indeterminato (+303mila dipendenti permanenti nell'ultimo anno), smentendo l'accusa di una crescita basata solo sul precariato. Dall'altra, il Partito democratico, M5s e Avs denunciano che una larga fetta delle nuove assunzioni ricade nel 'lavoro vulnerabile', caratterizzato da part-time involontari, contratti a termine frammentati e bassi salari. Sul piano della disoccupazione, sostengono le forze di opposizione, va considerato l'aumento del numero degli inattivi, ovvero persone, specialmente donne e giovani, che smettono del tutto di cercare un impiego e spariscono dai radar delle statistiche ufficiali.

Tutti gli altri nodi, dalla crescita ai salari

Guardando all'economia nel suo complesso, restano sul tavolo tutti i nodi strutturali dell'economia italiana, che rischiano di compromettere i benefici della stabilità finanziaria. A partire da una crescita che non si discosta da percentuali di incremento prossime allo zero - il Pil italiano ha registrato un incremento in volume dello 0,5% nel 2025, con stime analoghe (intorno allo 0,5% - 0,6%) previste per la fine del 2026 - dal potere di acquisto dei salari che continua a contrarsi - con un calo stimato negli ultimi 4 anni dell'8% - a fronte di un'inflazione che è tornata a salire e dal calo costante della produzione industriale, nonostante la leggera ripresa del secondo trimestre 2026. Sono i temi che cavalca l'opposizione per contestare i risultati rivendicati dal governo sul piano economico e sono anche i temi che saranno al centro della prossima campagna elettorale. (Di Fabio Insenga)

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