Quirinale, Follini: "Prematuro agitarsi in modo scomposto, presidente no simbolo di parte"

Il punto di vista di Marco Follini per Adnkronos

Marco Follini
Marco Follini
05 luglio 2026 | 10.39
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"Raccontava Toni Bisaglia come nei primissimi anni sessanta del secolo scorso, giusto a ridosso dell’elezione del nuovo capo dello Stato, il suo mentore Rumor lo avesse inviato al seguito di Antonio Segni in viaggio nei paesi nordici. Il suo compito era di monitorare la campagna “quirinalizia” già in corso. In buona sostanza tutto si ridusse a imbucare una gran quantità di cartoline con saluti affettuosissimi che il “candidato” indirizzava a deputati e senatori. Soprattutto a quelli del Partito Comunista -che poi però non lo avrebbero degnato neppure di un voto. Con tutte quelle cartoline Segni fu poi eletto. Ma non certo per i saluti che aveva inviato ai suoi potenziali elettori. Piuttosto perché con la sua presidenza Moro pensava all’epoca di blindare il centrosinistra e di coprirsi verso destra mettendosi al riparo dai malumori e dalle perplessità dei democristiani più diffidenti verso l’alleanza che si andava stipulando con i socialisti.

Altre storie, altri tempi, altre figure. Quello che però ci insegna il passato è che i capi dello Stato il più delle volte sono stati eletti a sorpresa. In modo preterintenzionale, se così si può dire. Il caso di Antonio Segni fu all’epoca un’eccezione. La regola semmai era che i favoriti della vigilia venivano quasi sempre impallinati. E che i candidati più convincenti diventavano tali solo in corso d’opera, buttando all’aria progetti e calcoli che fino a un attimo prima avevano trovato altre figure in cui incarnarsi. Quasi sempre vanamente. Appunto per questo viene da dire che non ha molto senso quell’agitarsi scomposto di tutti i protagonisti (e i comprimari) a tre anni del Q day, quando appunto finirà il secondo mandato di Sergio Mattarella.

Nel frattempo, si dovrà terminare la legislatura, forse -forse- cambiare la legge elettorale, celebrare le nuove elezioni, insediare un altro Parlamento e subito dopo un altro governo. Con tutte le incognite che accompagneranno ognuno di questi passaggi. Dunque sarebbe più utile una reciproca moratoria sul tema del Quirinale prossimo venturo. Non c’è bisogno che Meloni rivendichi la possibilità di un presidente di destra, né che la sinistra giudichi quella eventualità come minacciosa e sconveniente. E neppure che tutto intorno si dispieghino già ora interviste, pronunciamenti, manovre, allusioni, giravolte, conciliaboli, celebrazioni. In una parola tutto l’armamentario che i candidati -veri o immaginari- hanno cura di srotolare con così grande anticipo. Quando invece converrebbe anche a loro aspettare di trovarsi più a ridosso del momento fatidico.

Ma c’è una ragione più profonda che dovrebbe indurre tutti ad una maggiore sobrietà in materia. Ed è nel fatto che il capo dello Stato non dovrebbe essere vissuto come il supremo decisore del nostro equilibrio politico. Dovrebbe essere piuttosto il supremo regolatore del nostro equilibrio istituzionale. Dunque, farne il simbolo di una parte significherebbe più che altro farlo partire col piede sbagliato. Poiché appunto una volta insediato egli dovrebbe invece dimenticare il più presto possibile quella precedente militanza. Sapendo che il fatto di restarvi troppo ancorato finirebbe con l’essere per forza di cose un serio limite alla sua figura e forse anche alla sua influenza.

E infatti, nella nostra lunga tradizione, è capitato il più delle volte che il presidente eletto abbia dato qualche dispiacere ai suoi (grandi) elettori. Circostanza che ha finito appunto per avvalorare e radicare ancor più il principio costituzionale della sua “terzietà” rispetto alle parti in campo. Dunque è un pessimo segnale che ora tutto sembri già ruotare intorno a questo lontano appuntamento. Perché sottintende che al prossimo capo dello Stato si intenda chiedere di partecipare più direttamente alla disfida tra le parti. E perché rivela una sorta di sfiducia di quelle stesse parti nelle loro sorti politiche. Quasi che si voglia chiedere all’arbitro di dare una mano per una partita che nessuno pensa davvero di riuscire a vincere con le sue forze". (di Marco Follini)

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