"Iniziativa non è legata a un negoziato, che non è mai esistito, ma è un tassello della guerra cognitiva"
La lettera aperta con cui il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, si è detto disponibile a incontrare Vladimir Putin non va letta come il tentativo di rilanciare un negoziato di pace né come una risposta al progressivo disimpegno americano. È piuttosto un tassello della "guerra cognitiva" che accompagna il conflitto da oltre quattro anni e che oggi punta direttamente all'opinione pubblica russa. Ne è convinta Nathalie Tocci, professoressa della John Hopkins University, secondo cui il vero destinatario del messaggio non è il Cremlino, ma proprio la società russa, chiamata a fare i conti con i costi sempre più pesanti della guerra.
"Non credo che la lettera sia collegata all'amministrazione americana o che debba essere interpretata come il segnale di una ripresa dei negoziati diretti tra Russia e Ucraina - spiega Tocci all'Adnkronos - In realtà il negoziato non è fallito adesso: semplicemente non è mai realmente esistito. Certamente da mesi, e ancora di più dall'inizio dell'anno e con la guerra in Medio Oriente, c'è stato un progressivo disimpegno degli Stati Uniti dal teatro ucraino, ma non è questo il punto centrale".
Secondo l'analista, la mossa di Zelensky va letta all'interno di una guerra che non si combatte soltanto sul terreno militare. "C'è la dimensione bellica tradizionale, quella energetica, quella legata alla sicurezza alimentare e al Sud globale. Ma c'è anche la guerra cognitiva, che oggi è fondamentale per entrambe le parti". Da un lato, osserva Tocci, la Russia continua a colpire infrastrutture civili ed energetiche ucraine nel tentativo di piegare la resistenza psicologica della popolazione. Dall'altro, Kiev cerca di far percepire ai cittadini russi il costo crescente del conflitto. "Quando gli ucraini colpiscono obiettivi energetici o logistici in Russia, Zelensky parla di 'nostre sanzioni'. Il messaggio è semplice: questa guerra vi sta costando sempre di più".
È in questo contesto che si inserisce la lettera aperta al Cremlino. "Questa lettera non parla a Putin, parla alla Russia", afferma Tocci. "Parla all'opinione pubblica, agli ambienti economici, all'establishment russo. Dice: noi siamo pronti a discutere la fine della guerra, siamo disponibili a incontrarci e a parlare. Ma non perché Zelensky si aspetti davvero una risposta positiva da Putin. Il punto è mostrare che l'Ucraina è disponibile e che l'ostacolo a una conclusione del conflitto è altrove".
Per questo, secondo la professoressa della John Hopkins, sarebbe un errore interpretare l'iniziativa come un passo verso un processo di pace imminente. "Se l'obiettivo fosse quello di ottenere davvero un negoziato, probabilmente non sarebbe realistico. Ma l'obiettivo non è quello. Una lettera aperta, per definizione, non è indirizzata soltanto al destinatario formale. È uno strumento di comunicazione pubblica e va letto nel quadro della guerra, non della diplomazia". Tocci ritiene inoltre che il conflitto stia entrando in una fase diversa rispetto agli anni precedenti. "La Russia continua a esercitare pressione militare, ma incontra difficoltà crescenti e i costi della guerra stanno aumentando. È un momento di svolta e proprio per questo la dimensione cognitiva diventa ancora più importante".
Quanto al ruolo della comunità internazionale, per l'analista il quadro è ormai cambiato radicalmente. "Bisogna liberarsi dell'idea che esista oggi un vero processo negoziale. Non c'è. E in questo contesto l'Unione Europea è l'unico attore realmente in campo. Gli Stati Uniti non sono più un soggetto rilevante in questa guerra". L'Europa, conclude Tocci, continuerà quindi sulla strada seguita finora: sostegno politico, economico e militare a Kiev e mantenimento della pressione sulla Russia attraverso le sanzioni. "L'obiettivo è modificare gradualmente il calcolo costi-benefici del Cremlino. Prima o poi quel momento arriverà, ma non siamo ancora a quel punto. Potrebbe volerci un anno, due anni o anche di più. Per ora la guerra continua".