Il regista, sceneggiatore e scrittore presenta il giallo 'La sera a Roma'
La commedia italiana ha smesso di essere lo specchio del Paese. Ne è convinto Enrico Vanzina, che alla Festa del Cinema di Roma ha presentato il suo nuovo film 'La sera a Roma' tratto dal suo omonimo romanzo giallo ambientato nella Capitale, una storia di omicidi, intrighi e alta società romana nella quale il protagonista, il giornalista e sceneggiatore Federico, si ritrova coinvolto in un delitto dopo essere stato tra gli ultimi a vedere viva la vittima. Ma al di là della trama, Vanzina coglie l'occasione per riflettere sullo stato del cinema italiano e sul destino di un genere che ha segnato la storia culturale del Paese. "In questo momento il più grande problema è che i ragazzi giovani si stanno riavvicinando soprattutto al film d'autore, ma al cinema non vedono più il racconto fondamentale della vita", osserva. Secondo lo sceneggiatore e regista, oggi si producono molte opere che rinunciano alla dimensione collettiva della narrazione: "La commedia italiana non c'è più perché non racconta più questo Paese. Ci sono tante piccole storie d'amore, tante variazioni, ma i grandi film della commedia italiana hanno lasciato un segno perché hanno raccontato chi siamo, da dove veniamo, come parliamo, come moriamo, come siamo grandissimi in certi momenti e come siamo vigliacchi in altri".
Per Vanzina, proprio quella capacità di fotografare vizi, virtù e trasformazioni degli italiani rappresentava la forza del genere. "Questo racconto continuo della commedia italiana ha messo in fila la più bella storia d'Italia che si potrebbe vedere. Questo non lo fa più nessuno e io cercherò di continuare a farlo". Una strada che però appare sempre più complessa. "Adesso speriamo di fare una commedia, ma è difficile", ammette. Anche perché, a suo giudizio, il presente è dominato da un flusso incessante di informazioni che lascia poco spazio alla riflessione. "Siamo tutti un po' rassegnati al presente. Abbiamo una serie di informazioni quotidiane che arrivano, ma sono notizie. Non sono il senso della notizia, che è una cosa diversa". Nel suo racconto emerge inevitabilmente anche Roma, protagonista silenziosa del romanzo. Una città spesso descritta come splendida e decadente, ma che Vanzina continua a guardare con ammirazione. "Roma è più forte di me e più forte di te, più forte dei giudizi", afferma. "Riesce sempre a risollevarsi e ad adattarsi a tutto". La sua unicità, spiega, risiede nella capacità di custodire il passato senza cancellarlo: "È l'unica città che conserva al suo interno tutte le forme d'arte, dall'antica Roma fino a oggi, tutte vicine e tutte ancora in piedi. Ti dà il senso che il tempo custodisce, non distrugge".
Una caratteristica che, secondo Vanzina, distingue la Capitale da molte altre metropoli del mondo. "In molte parti del mondo il tempo distrugge: buttano giù le città e le rifanno. Qui no. Gli abitanti di questa città hanno mantenuto il ricordo di se stessa e questa capacità di adattarsi è meravigliosa. C'è ancora oggi". Alla domanda se gli piacerebbe seguire le orme di Carlo Verdone e fare il sindaco per un giorno, la risposta è ironica: "Non mi piacerebbe farlo perché mi chiederei troppe cose. Se io, giornalista, intervistassi me sindaco, farei troppe domande e capirei che non è possibile", conclude.