Marilyn Manson, 30 anni di 'Antichrist superstar': il disco visionario sull'America di Trump

Uscito l’8 ottobre 1996, racconta la trasformazione di un uomo in un’icona di potere, tra culto della personalità, religione e showbiz. Oggi l'album torna al centro di serie concerti negli Usa

La copertina di 'Antichrist Superstar', il disco di Marilyn Manson del 1996
La copertina di 'Antichrist Superstar', il disco di Marilyn Manson del 1996
07 ottobre 2026 | 13.08
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È facile pensare a Marilyn Manson come al personaggio che negli anni Novanta arrivava in televisione truccato, dando vita all’incubo americano, tra croci rovesciate, bibbie strappate e politici scandalizzati. Più difficile, e forse più interessante, è tornare oggi ad 'Antichrist Superstar' senza tutto quello che gli è stato appiccicato addosso negli anni. Ascoltarlo per quello che è: un disco del 1996 che racconta la costruzione di un personaggio, la sua ascesa e il momento in cui il ruolo che si è creato finisce per prendere il sopravvento. Trent’anni dopo viene quasi naturale chiedersi se Marilyn Manson, al secolo Brian Hugh Warner, avesse visto arrivare l’America di Donald Trump. No, non aveva previsto Trump. Ma aveva osservato qualcosa degli Stati Uniti che sarebbero arrivati. È da qui che vale la pena riascoltare il disco. Oltre alla provocazione, ormai consegnata agli annali della musica, le idee che stavano dietro sembrano parlare più che mai del presente.

Pubblicato l’8 ottobre 1996, 17 brani per un totale di un’ora e 11 minuti di ascolto, 'Antichrist Superstar' è il secondo album di Marilyn Manson e il disco che porta il progetto fuori dalla nicchia rock da cui proveniva. Brian Hugh Warner diventa una presenza impossibile da ignorare e ancor più Marilyn Manson, inteso come band e come personaggio. E’ una storia di ascesa e trasformazione, con suoni industriali che sembrano continuamente sul punto di sfaldarsi e invece sono organizzati con una cura maniacale. Dietro al disco c’è il nome di Trent Reznor, mente e voce dei Nine Inch Nails, che aveva fatto firmare la band alla Nothing Records e prodotto Portrait of an American Family, il debutto del 1994. L’album è diviso in tre cicli - 'The Hierophant', 'Inauguration of the Worm' e 'Disintegrator Rising' - e racconta la trasformazione di un personaggio che parte ai margini, rappresentato come un 'verme', conquista potere e popolarità e finisce travolto dalla stessa macchina che lo ha portato in alto.

Manson avrebbe poi collegato questa storia a 'Mechanical Animals' del 1998 e 'Holy Wood' del 2000, spiegando che la trilogia va letta in ordine inverso rispetto alla pubblicazione. Ma è la musica che ancora oggi sembra anticipare alcune delle dinamiche del Paese americano. A partire da 'The Beautiful People', diventata l’anthem per eccellenza di Manson: una canzone sulle gerarchie, sul conformismo, sull’apparenza e sul desiderio di stare dalla parte di chi conta. In 'Irresponsible Hate Anthem' le strofe 'We hate love, we love hate' e 'America cannot see anything', sono dei morceau di una società che Manson racconta attraverso la rabbia e il bisogno di appartenenza.

Quando l'album esce nel 1996, alla Casa Bianca c’è Bill Clinton, rieletto quell’anno contro il repubblicano Bob Dole. L’America è molto diversa da quella di oggi ma il disco finisce immediatamente dentro le sue guerre culturali: gruppi religiosi e associazioni conservatrici eleggono Marilyn Manson a simbolo della provocazione che arriva dalla musica e dalla cultura giovanile. Un aspetto che rende interessante il disco trent’anni dopo. Non perché avesse previsto la figura di Donald Trump ma perché aveva trasformato in spettacolo un meccanismo che oggi è diventato familiare. La televisione degli anni Novanta è stata sostituita dai social, è vero, ma il rapporto tra il personaggio e il pubblico è diventato ancora più forte.

Il Reverendo, come lo chiamano affettuosamente i suoi fan, sarebbe tornato su questo terreno nel 2016 con 'SAY10'. Il video uscì nel giorno delle elezioni presidenziali e mostrava il cantante mentre decapitava un uomo in completo e cravatta rossa, immagine immediatamente associata Trump, oltre a strappare pagine dalla Bibbia. L’anno successivo la rockstar spiegò di non considerarsi un profeta: aveva osservato ciò che stava accadendo nella cultura americana e lo aveva trasformato in un'immagine. 'Antichrist Superstar' aveva già raccontato un’America nella quale provocazione e potere potevano fondersi in un unico spettacolo. È una delle ragioni per cui, al di là dell’estetica oggi inevitabilmente datata, quelle canzoni continuano a suonare meno lontane di quanto potrebbe sembrare.

La frattura attraversa da decenni il Paese, alimentata dalla progressiva radicalizzazione del confronto politico e culturale. Da una parte, l’estremismo di alcune componenti del mondo evangelico; dall’altra, la cultura woke e il progressismo più intransigente. La cultura dell'eccesso che lascia in mezzo, un’America sempre più sospettosa verso le élite, le istituzioni e l’avversario politico. Universi culturali separati, ogni conflitto trasformato in una guerra di valori. Trump non ha inventato questa 'guerra civile fredda': l’ha portata al parossismo, trasformando le divisioni sociali e culturali in una formidabile macchina politica e di spettacolo. È dentro questo scenario, oggi più che mai, che torna a risuonare 'Antichrist Superstar'. Per celebrare i 30 anni dell’album, la prossima settimana Marilyn Manson tornerà sul palco negli Stati Uniti per una serie di concerti, con due date al Wiltern Theatre di Los Angeles, il 31 ottobre e il primo novembre. Un anniversario che arriva in un’America molto diversa da quella del 1996, più polarizzata e frammentata, ma in cui alcune delle ossessioni di quel disco visionario hanno solo cambiato nome. (di Federica Mochi)

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