Hormuz e il blocco navale, la decisione di Trump è contro l'Iran ma pagano i danni anche gli Stati Uniti

L'intenzione dichiarata è quella di impedire a Teheran di continuare a esportare petrolio e gas ma rischia di innescare una crisi energetica lunga e strutturale

trump_donald_onu_afp
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13 aprile 2026 | 18.08
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La decisione di Donald Trump di imporre il blocco navale alle navi che escono dallo Stretto di Hormuz vuole essere un atto di ritorsione contro l'Iran per il flop dei negoziati in Pakistan. L'intenzione dichiarata è quella di impedire a Teheran di continuare a esportare petrolio e gas, cosa che effettivamente sta facendo e anche in volumi raddoppiati rispetto alla situazione pre-conflitto. Ma è anche una decisione che contribuisce ad alzare ulteriormente la tensione, con ripercussioni già evidenti in queste ore sulle quotazioni dei prodotti energetici.

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La mossa di Trump vuole colpire l'Iran ma i danni li pagano tutti, più degli altri i Paesi che sono più dipendenti dalla quota di petrolio e gas che arriva dal Medio Oriente, ma anche gli stessi Stati Uniti. E' un rischio calcolato? E' un effetto collaterale da mettere in conto? Oppure è il modo migliore per farsi male da soli?

Sono domande che si stanno ponendo gli analisti e, con loro, tutti gli addetti ai lavori di un comparto, quello dell'energia, che la tenaglia delle due guerre, Ucraina e Iran, stanno consegnando a una crisi lunga e strutturale. Vanno lette in questo senso le parole dell'amministratore delegato dell'Eni Claudio Descalzi. "Penso che sia necessario sospendere il bando che scatterà il primo gennaio 2027 sui 20 miliardi di Gnl che vengono dalla Russia. E suggerirei anche, come sta dicendo il governo italiano, di rivedere anche l'Ets, la tassa su tutta l'industria pesante", ha detto, parlando di quello che sta accadendo a Hormuz come "l'evento più importante negli ultimi 40 anni". Il ragionamento di Descalzi è piuttosto lineare: servono volumi di petrolio e gas, che oggi non ci sono, altrimenti l'Europa che non è in grado di produrre autonomamente non può che rimanere senza l'energia di cui ha bisogno.

Sono quindi i numeri a dire quello che solo il presidente degli Stati Uniti sembra non voler comprendere. I prezzi del petrolio sono cresciuti del 50% da quando Stati Uniti e Israele hanno cominciato la guerra il 27 febbraio. Dopo un mese e mezzo, è sufficientemente chiaro da questa sponda dell'Atlantico che lo shock è destinato a durare e a impoverire l'economia, con conseguenze facilmente immaginabili per il tenore di vita e la tenuta del consenso in Europa.

Ma l'impatto di quello che sta succedendo a Hormuz dovrebbe suggerire anche a Trump di iniziare a tenere in considerazione le conseguenze per gli Stati Uniti, per gli americani e, a cascata, per il suo consenso. I prezzi al consumo negli Stati Uniti sono già aumentati del 3,3% a marzo rispetto all'anno precedente, quelli del petrolio sono oltre i 100 dollari al barile, e quelli della benzina sono saliti oltre i 4 dollari al gallone. Se questa situzione dovesse durare, o peggiorare come è più probabile, anche le elezioni di Midterm ne sarebbero fortemente influenzate.

C'è peraltro un'altra variabile che potrebbe complicare ancora di più lo scenario. Una ulteriore escalation, e la decisione di Trump la sta alimentando, potrebbe rendere più probabile la chiusura del Mar Rosso da parte degli Houthi. Vorrebbe dire ridurre ancora di più i volumi del petrolio in circolazione, fermandone un altro 12% del totale globale, con conseguenze catastrofiche per i prezzi del poco oro nero che resterebbe in giro, che volerebbero verso i 200 dollari al barile.

La prova di forza di Trump a Hormuz, se anche avesse efficacia nel colpire gli interessi dell'Iran, rischia di avere ripercussioni pesantissime per tutti e, alla fine, l'effetto di colpire anche i propri interessi, facendosi male da solo. (Di Fabio Insenga)

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