Un Comitato per l’economia dell’AI, clausole contrattuali per distribuire i guadagni di produttività e un organismo continentale costruito sul modello di Cern ed Esa. Le strategie dei presidenti di Cnel e Ced
Trasformare la potenza di calcolo in una nuova infrastruttura pubblica europea, accessibile a università, start-up, piccole e medie imprese e amministrazioni. Affidare al Cnel il monitoraggio degli effetti dell’intelligenza artificiale su lavoro, produttività e salari. E creare una sede continentale, sul modello del Cern e dell’Agenzia spaziale europea, capace di federare conoscenze, dati e competenze anche oltre i confini dell’Unione.
Sono alcune delle proposte avanzate dal presidente del Cnel, Renato Brunetta, e dal presidente del Centro economia digitale, Rosario Cerra, in un editoriale a doppia firma pubblicato sul Foglio. Il punto di partenza è la crescente dipendenza europea dalle infrastrutture digitali statunitensi, che espone il continente non soltanto a uno squilibrio industriale, ma anche a nuove forme di pressione politica e commerciale.
Secondo Brunetta e Cerra, la minaccia americana di utilizzare i dazi per difendere le piattaforme digitali dalla tassazione e dalla regolazione europea mostra come beni, servizi e tecnologie siano ormai diventati strumenti di una stessa competizione geopolitica. L’Europa esporta soprattutto automobili, farmaci e prodotti manifatturieri, mentre dagli Stati Uniti importa cloud, software, modelli di intelligenza artificiale e proprietà intellettuale. Chi controlla le infrastrutture digitali può quindi imporre un prezzo anche a chi tenta di regolarle.
Il cuore dell’editoriale è la proposta di considerare la capacità di calcolo come una nuova infrastruttura essenziale. Non si tratterebbe di “statalizzare” l’intelligenza artificiale o di costruire un unico modello pubblico europeo alternativo a quelli delle grandi piattaforme americane, ma di garantire una possibilità di accesso al calcolo anche a chi non dispone delle risorse necessarie per investire decine o centinaia di miliardi.
Il modello indicato è quello di una “opzione pubblica europea”: una rete di infrastrutture aperte, sviluppata a partire da EuroHpc, dalle Ai Factories e dalle future Gigafactories, sulla quale università, imprese, start-up e amministrazioni possano addestrare o utilizzare i propri sistemi pagando la capacità effettivamente impiegata.
La potenza di calcolo diventerebbe così una sorta di utility del futuro, paragonabile alle reti elettriche, agli acquedotti e ai trasporti pubblici dell’inizio del Novecento. Lo scopo non sarebbe sostituire il mercato, ma evitare che l’ingresso nell’innovazione sia riservato a pochissimi soggetti globali.
Per Brunetta e Cerra, il vero collo di bottiglia della filiera dell’Ai non è infatti costituito dalle applicazioni, ma dall’accesso ai chip e alla capacità di calcolo. È su questo livello che l’intervento europeo potrebbe rendere il mercato più contendibile, riducendo le barriere all’entrata e favorendo la nascita di nuovi operatori.
L’editoriale indica anche una possibile specializzazione per l’Italia. Piuttosto che tentare di replicare i grandi modelli generalisti americani, il Paese dovrebbe sostenere la diffusione di sistemi verticali, addestrati sui dati e sulle competenze dei singoli ecosistemi produttivi.
Manifattura avanzata, meccanica, design, moda, agroalimentare e Made in Italy potrebbero diventare il terreno sul quale sviluppare modelli specialistici, capaci di trasformare il patrimonio di conoscenze settoriali in un vantaggio competitivo.
La politica industriale per l’Ai dovrebbe quindi essere soprattutto una politica di adozione. Incentivi mirati potrebbero favorire l’ingresso degli strumenti di intelligenza artificiale nelle fabbriche, nei servizi, nella sanità e nella pubblica amministrazione. Il valore economico della tecnologia, osservano gli autori, nasce quando questa permea l’intero sistema produttivo, non quando rimane concentrata in pochi campioni nazionali o grandi piattaforme.
Un Comitato per l’economia dell’Ai presso il Cnel
Tra le proposte più concrete vi è l’istituzione presso il Cnel di un Comitato per l’economia dell’intelligenza artificiale, ispirato all’Ai Economics Institute creato nel Regno Unito.
Il Comitato dovrebbe raccogliere dati e costruire scenari sugli effetti dell’Ai su produttività, occupazione e crescita, distinguendo gli impatti per territori, settori economici, generi e generazioni. Non avrebbe poteri regolatori e non si sovrapporrebbe alle competenze di Acn, Agid o delle altre autorità, ma diventerebbe un punto stabile di osservazione a supporto del Parlamento, del Governo e della Strategia nazionale.
Il Cnel potrebbe utilizzare il proprio patrimonio informativo, a partire dall’Archivio nazionale dei contratti collettivi e dai dati sul mercato del lavoro, per verificare come l’intelligenza artificiale modifica mansioni, salari, organizzazione delle imprese e fabbisogni professionali.
Alla misurazione dovrebbe però seguire la distribuzione. Brunetta e Cerra propongono di collegare il nuovo Comitato alla Commissione nazionale permanente per la partecipazione dei lavoratori, già istituita presso il Cnel.
I dati sugli effetti dell’Ai potrebbero essere tradotti in criteri condivisi per misurare i guadagni di produttività, in clausole-tipo da inserire nei contratti collettivi e in accordi aziendali o territoriali. La Commissione potrebbe inoltre definire standard di trasparenza algoritmica e forme di partecipazione dei lavoratori alla progettazione e all’introduzione dei sistemi utilizzati nei luoghi di lavoro.
L’obiettivo è impedire che la produttività aggiuntiva generata dall’intelligenza artificiale si concentri esclusivamente nei profitti o nelle rendite tecnologiche. L’algoritmo, secondo questa impostazione, dovrebbe entrare nella contrattazione collettiva: non soltanto per informare i lavoratori del suo utilizzo, come già prevede l’Ai Act per alcuni sistemi ad alto rischio, ma per negoziarne gli effetti sull’organizzazione, sugli orari, sulle competenze e sulle retribuzioni.
Il livello nazionale, tuttavia, non sarebbe sufficiente. Per Brunetta e Cerra servirebbe anche un organismo europeo autonomo, costruito sul modello del Cern o dell’Esa, con un proprio trattato e una propria personalità giuridica.
Una struttura di questo tipo potrebbe includere anche Paesi esterni all’Unione, come Regno Unito, Svizzera e Norvegia, federando università, istituzioni, imprese e rappresentanze sociali. Avrebbe il compito di produrre evidenze comuni sugli effetti economici e sociali dell’intelligenza artificiale, lasciando poi ai singoli Stati il compito di tradurle in politiche industriali, contratti e sistemi di welfare.
Il modello sarebbe quello della “coopetizione”: Stati e imprese continuerebbero a competere sul mercato e sulla leadership tecnologica, ma coopererebbero nella costruzione delle infrastrutture e delle conoscenze che nessun attore europeo è oggi in grado di sviluppare da solo.
La proposta guarda quindi a un doppio livello di intervento. A Bruxelles spetterebbero l’infrastruttura di calcolo e la costruzione di una base comune di conoscenza; sul piano nazionale si definirebbero invece i patti tra imprese, lavoratori e istituzioni per distribuire i benefici della trasformazione.
Lasciare il calcolo nelle mani di pochi operatori globali, concludono Brunetta e Cerra, significherebbe ridurre lo Stato a spettatore della principale trasformazione produttiva del nostro tempo. Costruire una quota pubblica, europea e accessibile della nuova infrastruttura digitale servirebbe invece a mantenere aperti il mercato, la concorrenza e la possibilità stessa di innovare.