L'impatto della guerra in Iran pesa sulle stime di crescita italiane, eleborate in una cornice altamente instabile ed incerta sulla durata e l'intensità di un conflitto che a causa dello stop allo Stretto di Hormuz ha colpito i mercati energetici globali facendo salire i prezzi e riducendo le forniture di petrolio ma anche fertilizzanti e materie prime.
Le nuove previsioni tendenziali del governo saranno contenute nel Documento di finanza pubblica, che sostituisce il vecchio Def, da approvare in Consiglio dei ministri la prossima settimana. Intanto mercoledì 22 aprile è atteso il verdetto dell'Eurostat sui conti pubblici 2025 che con ogni probabilità confermerà la stima Istat sul deficit al 3,1%, certificando quindi l'impossibilità per l'Italia di uscire dalla procedura Ue. Capita di rado che l'Eurostat peggiori le stime trasmesse dagli istituti di statistica nazionali magari a causa di poste di bilancio non opportunamente classificate ma ancor più di rado capita che l'istituto europeo le migliori.
A quanto si apprende intanto nella maggioranza si avanzano varie simulazioni: se il deficit al 3,1% venisse confermato un'ipotesi sarebbe quella di reperire meno di un miliardo di euro (potrebbero bastare 600-700 milioni) per portare l'asticella del deficit al 3,049% del pil e provare a trattare con l'Ue. Servirebbero invece quasi 2 miliardi per portare l'asticella al 2,99% previsto dalle regole. L'uscita dalla procedura Ue permetterebbe all'Italia di derogare al nuovo vincolo della spesa ma la posizione oggi sostenuta dal governo è che l'emergenza della guerra va affrontata con una nuova flessibilità sui conti per evitare la recessione e per eventualmente sostenere famiglie e imprese. Richiesta questa avanzata a Bruxelles dal ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti e sottolineata dal presidente del Consiglio Giorgia Meloni nell'informativa di giovedì scorso al Senato.
Gli effetti della crisi mediorientale aggravano la lenta ripresa della zona euro colpita prima dagli effetti della guerra in Ucraina e poi dallo choc della guerra commerciale Usa. I Pnrr nazionali hanno in un certo senso evitato il peggio ma non ancora ravvivato significativamente il pil, come mostra l'andamento di big player come Germania (recessione nel 2024; +0,2% nel 2025 e stima +1% nel 2026) e Francia (+0,7% nel 2025 e +1% nel 2026); Italia +0,5% nel 2025 e +0,7% nel 2026, secondo i rispettivi Documenti programmati di bilancio dello scorso autunno.
Il tutto con i deficit in salita, tranne l'Italia. Nel 2025 tra le principali economie dell’area dell’euro, solo Roma aveva stimato un disavanzo migliore degli obiettivi al 3% del pil, -0,4 punti rispetto al 2024, grazie anche a maggiori entrate strutturali; la Francia 5,2% immutato rispetto al target e la Germania 3,3% in salita rispetto agli impegni. Per il 2026 l'Italia ha previsto un calo del deficit al 2,8%; la Francia lieve calo al 5% del pil e la Germania forte rialzo al 4,8% del pil.
Sull'Italia, e di questo il governo è ben consapevole vista la prudenza di bilancio sempre dimostrata, pesa il fardello del debito pubblico: 137% del pil nel 2026, in lieve salita dal 136% del 2025 per colpa del superbonus ma sotto controllo; in Francia è in salita al 117% dal precedente 115% e Germania in rialzo al 69% dal 65%. I Documenti di finanza pubblica della prossima settimana sono chiamati ad aggiornare queste previsoni e, con gli effetti della guerra già visibili sui mercati energetici, si attende un generale peggioramento delle previsioni. L'effetto-guerra intanto ha già impattato le stime della Banca d'Italia pubblicate la scorsa settimana: l'economia italiana rallenterebbe a +0,5% quest'anno e il prossimo. Inoltre in uno scenario più avverso di inasprimento del conflitto con uno shock di offerta più pronunciato il pil si fermerebbe a zero nel 2026 ed il paese finirebbe in recessione nel 2027 (-0,6%). (Di Luana Cimino)