Ma le sue dimissioni non avranno alcun impatto sul negoziato, "le linee rosse di Kiev restano: no al ritiro dal Donbass e no alla smilitarizzazione dell'esercito"
“Meglio tardi che mai, le dimissioni di Yermak sicuramente indeboliscono Zelensky", ma il presidente non poteva più ignorare le richieste che arrivavano dalla gente ma anche dai suoi ministri e dagli esponenti del suo partito perché si liberasse dal capo dello staff, che aveva accumulato un potere "veramente eccessivo". E' l'opinione dell'ex ambasciatore italiano a Kiev, Pier Francesco Zazo, all'indomani della decisione di Andrii Yermak di lasciare l'incarico dopo le perquisizioni del suo ufficio nell'ambito dello scandalo di corruzione che da giorni sta terremotando la politica ucraina. Dimissioni che non avranno alcun impatto sul negoziato, ritiene Zazo, perché le linee rosse di Kiev restano le stesse: no al ritiro dal Donbass dalle zone ancora controllate dagli ucraini e no alla smilitarizzazione dell'esercito, anche se Donald Trump proverà presumibilmente a rafforzare la pressione su Volodymyr Zelensky perché accetti il suo piano nella sua versione iniziale di 28 punti (poi ridotta a 19 punti) maggiormente sbilanciata a favore della Russia.
"Sicuramente Zelensky esce indebolito, lui si fidava ciecamente di Yermak", dice l'ex ambasciatore, parlando con l'Adnkronos e sottolineando come, se da una parte vanno riconosciuti al presidente il coraggio, le doti di comunicatore e il carisma, d'altro canto bisogna ammettere che "è troppo poco interessato alla gestione quotidiana del potere e la conseguenza di questo è l'aver delegato troppo potere al capo del suo staff, non a caso ribattezzato 'cardinale Richelieu'". Il suo posto, come capo negoziatore, è stato assegnato a Rustem Umerov, una 'promozione' già contestata a Kiev, dove si sottolinea come ancora una volta Zelensky preferisca la fedeltà al capo piuttosto che la competenza. "Già ministro della Difesa, è stato anche lui sfiorato dagli scandali, ma mi aspetto che sia meno accentratore di Yermak", commenta Zazo.
In questo contesto, secondo l'ambasciatore, il presidente americano "di certo ne approfitterà per cercare di rafforzare la pressione su Zelensky perché accetti una pace ingiusta". Ma difficilmente il presidente ucraino cambierà il corso del negoziato, perché "le linee rosse restano: no al ritiro dal Donbass", perché se cedessero "le formidabili fortificazioni" a Kupyansk e Kramatorsk, che hanno iniziato a costruire nel 2014 e che resistono da quattro anni, le forze russe potrebbero dilagare in direzione delle grandi città.
L'altra linea rossa, spiega Zazo, "è il no alla smilitarizzazione dell'esercito: l'Ucraina sa che non può entrare nella Nato, le garanzie di sicurezza che sono state proposte sulla base dell’art.5 della Nato sono abbastanza vaghe, e dunque un esercito forte è l'unico deterrente veramente credibile". Quello che Zelensky può accettare "è una tregua lungo l'attuale linea del fronte, la cessione de facto ma non de jure di quello che i russi hanno già occupato, e nessun limite all'esercito". Che è poi quello che è contenuto nella 'controproposta' europea in 19 punti in cui viene specificato che il negoziato per l’eventuale cessione e scambio di territori potrà iniziare solo dopo il raggiungimento di una tregua. Si tratta della risposta al piano Trump in 28 punti, "estremamente sbilanciato, con decisioni riguardanti Ue, Nato e G7 prese senza che nessuno dei Paesi membri venisse consultato".
Bene hanno fatto gli europei a intervenire, "annacquando il piano", sottolinea ancora Zazo, convinto però che anche domani, quando Umerov vedrà a Miami l'inviato della Casa Bianca Steve Witkoff, non si uscirà dallo stallo. "La guerra finirà solo quando lo deciderà Vladimir Putin, che punta al progressivo disimpegno degli Stati Uniti, che vorrebbero dedicarsi al contenimento della Cina, e a mantenere un buon rapporto con Trump, che lo ha fatto uscire dall'isolamento", ribadisce l'ex ambasciatore a Kiev. Convinto che gli europei, a differenza di chi crede non abbiano carte da giocare, possano azionare leve importanti: "La confisca degli asset russi congelati in Europa sono un'arma potentissima su cui i 27 saranno obbligati a trovare un accordo individuando un meccanismo compatibile con la stabilità dei mercati finanziari internazionali, evitando un esproprio in violazione del diritto internazionale. E poi c'è la questione delle armi americane da destinare a Kiev che gli europei sono pronti a pagare, un’opzione che a Trump può andare bene per non far perdere i profitti all'industria della difesa".