
Accelerazione senza controllo, speculazione privata e il fallimento del modello Milano rischiano di cancellare l’identità urbana e sociale della città. A lanciare l'allarme sui problemi del capoluogo è l'ex professore di urbanistica dell'Università Iuav di Venezia, Giulio Ernesti.
L'inchiesta urbanistica che ha travolto Milano mostra come il capoluogo sia simbolo di una crisi più profonda. La città è prigioniera di una logica dove il pubblico viene progressivamente divorato dagli interessi privati e la pianificazione viene sacrificata per far posto a speculazione e velocizzazione improduttiva che corrode il tessuto economico-sociale sottostante. Questi i problemi del capoluogo secondo Giulio Ernesti, professore ordinario di urbanistica presso l'Università Iuav di Venezia fino al 2019. L'urbanista lancia l’allarme su una politica edilizia incapace di ridefinire la propria missione sociale, denunciando il fallimento del 'modello Milano' e sollecitando architetti e urbanisti a riscoprire il proprio ruolo etico in una città che rischia di smarrire la propria identità
Quale sarà il futuro dello stadio di San Siro e dell’area circostante nell’attuale contesto?
Siamo in presenza di un tentativo, da parte dell’amministrazione attuale del Comune di Milano, di accelerazione del processo di vendita dello Stadio, requisito essenziale del progetto concordato con i privati di riqualificazione sia dello stadio che, soprattutto, delle aree circostanti. Il Comune di Milano ha deciso di procedere molto in fretta per non cadere nei vincoli del vincolo di tutela imposto dalla Sovrintendenza. L’accelerazione di un processo che tende a rimuovere e interpretare come un ostacolo l’ascolto dei bisogni e dei “messaggi” di una componente significativa dei cittadini, ignorati come importante risorsa e attore imprescindibile delle scelte di sviluppo della città. Un aumento di velocità inconcepibile, a maggior ragione alla luce di ciò che è accaduto e sta accadendo, segno di una non volontà di metter mano alla costruzione di una politica edilizia e urbanistica differente da quella perseguita fino a oggi. Mi domando se sia possibile mettere un freno a questo. Se sia possibile modificare l’idea di città che sta emergendo. Ho sempre creduto che di fronte a un certo mondo ( un mondo di poteri sovraordinati) le città potessero essere un punto di resistenza e di rielaborazione della politica e dei suoi rapporti con la società civile. Ma sono pessimista, vedo resistenze non solo politico-economiche, ma anche professionali. Il segno, forse, di un’evidente difficoltà/incapacità di mettersi in discussione.
Le inchieste hanno evidenziato la vulnerabilità dei processi decisionali su San Siro: su quali aspetti servirebbero maggiore chiarezza e garanzie per il futuro?
Non si può e non si deve tornare indietro. A Milano, all’inizio degli anni 2000, c’è stato un tentativo di instaurare una relazione pubblico-privato che fosse in grado di valorizzare il privato come risorsa e contemporaneamente il pubblico come istituzione di governo aperta al dialogo con gli interessi dei privati. Questo processo è fallito per limiti delle istituzioni e per la bulimia dei privati e del settore edilizio, come attestano le vicende milanesi da quel momento in poi. Un’ipotesi di sinergia che si è rivelata velleitaria per la piega che ha preso il rapporto pubblico-privato: i processi di finanziarizzazione del settore edilizio e fondiario e i gli attori privati che l’incarnano stanno divorando i margini di manovra del “pubblico” e queste inchieste ne sono la dimostrazione. Questa sinergia potrebbe forse essere riattivata con un cambiamento profondo e un messaggio esplicito di quella parte della politica più vicina ai cittadini. Ma le istituzioni (e fra queste la politica e e le forme con cui si esprime, in particolare i partiti) hanno difficoltà ad apprendere e sono difficilmente rinnovabili, se manca una forza esterna a fare pressione. La spinta che ad esempio viene dai comitati e dalle associazioni che agiscono sull’intero spettro dei temi che danno corpo alla questione urbana dei nostri tempi. Presenza articolata, diversamente esperta, dotata di rappresentanza e di capacità di rappresentazione di immaginari influenti; dunque difficilmente rimovibile dalle scelte e dai processi decisionali che concernono la città. Perché la questione urbanistica non è solo di consumo di suolo, ma è sociale. Si ripropone in termini nuovi una questione che risale a fine ‘800, la questione urbana come parte della questione sociale della città europea.
Quale sarà il futuro dei grandi progetti come il Pirellino?
Ho l’impressione che il Pirellino, una volta chiarite le questioni giudiziarie, possa benissimo essere condotto a compimento, ma ridimensionando le cubature che sfuggono dalla regolamentazione che riguarda i processi di ristrutturazione. Tutto risale ai piani regolatori elaborati dalle Amministrazioni Moratti e Pisapia che concepiscono e innescano quel processo di densificazione della città cui stiamo assistendo da allora (e ancor da prima). Ai tempi dissi di stare attenti perché si stava avallando un’ipotesi di trasformazione radicale della città fondato su di una massiccia sostituzione del patrimonio edilizio esistente ( con significativi effetti sul volto storico e la forma della città) con conseguente, e difficilmente controllabile, aumento delle cubature. Questo è il nodo: in carenza di aree a disposizione si punta ad un’edificazione di sostituzione di patrimoni preesistenti che nell’elevazione di torri e grattacieli ha la propria connotazione distintiva. Insomma, senza una spinta proveniente dal basso non potrà cambiare nulla. Basterebbe concepire ogni progetto come momento di discorso pubblico. Un trattamento della cosa pubblica differente rispetto a come sono state discusse le cose fin’ora perché non si può snobbare la popolazione di una città e sprecare l’intelligenza civica diffusa. Certo, non è un’operazione facile da compiere, ma sono convinto che volendo, innovando e sperimentando si potrebbero modificare le prassi vigenti e scopertamente inadeguate ormai, per sbloccare la situazione attuale.
La Procura ha denunciato l’uso improprio delle Scia semplificate per grandi interventi edilizi. Come dovrebbe cambiare la pianificazione e il controllo degli interventi edilizi a Milano per evitare simili abusi?
Intanto garantendo quel tanto di controllo urbanistico che ancora è raccolto nel termine ‘ristrutturazione’. Mettere uno stop alla deregolamentazione e ragionare nel contempo su come alleggerire il peso nella costruzione delle decisioni di normative urbanistiche troppo vincolistiche. Resta il fatto però che è irrinunciabile la presenza e la salvaguardia di strumenti urbanistici di coordinamento e indirizzo, per quanto flessibili. Il nodo dello scontro in atto: trionfo del mercato e dissoluzione del dibattito collettivo o ricostruzione della democrazia locale. In questo senso, vorrei notare che la questione urbana non si esaurisce solo nella presenza di un’opportuna pianificazione urbanistica in senso stretto. Le città e la loro pianificazione vanno oltre. Si nutrono entrambe di “politiche” ( della casa, dei servizi, infrastrutturali, culturali, assistenziali o di cura in generale, ambientali, del cibo ecc.). Si nutrono di piccoli interventi ed azioni su piccole cose che vanno tutelate e valorizzate. La trasformazione di una città non si misura solo sui grandi processi di trasformazione edilizia e urbanistica. C’è un terreno di piccole cose che fanno la qualità della vita della città e dei suoi numerosi e diversi abitanti. E su questo insieme di temi e spazi i cittadini desiderano e chiedono di esprimersi, rivendicando strumenti e tecniche ad hoc. Ad esempio, con i patti di collaborazione, il cittadino può recarsi in Comune, dire cosa non funziona, e da quel momento dare inizio al processo per mettere a terra la collaborazione pubblico-privato. Le pratiche dal basso sono utili anche per ridurre la conflittualità in città, generando reciprocità e mutuo apprendimento. Le città potrebbero essere un presidio di innovazione creativa della politica.
Il 'modello Milano' è ancora possibile?
Il modello Milano com’è ora non sta in piedi. Un’amministrazione che si dice progressista non può non sforzarsi e non riuscire a coniugare il peso crescente dello sviluppo finanziario con la soluzione dei problemi di equità che la nostra società pone e spesso in termini nuovi.Non può non riuscire a domiciliare gli appetiti speculativi con la necessità di una maggiore giustizia spaziale.
Quali conseguenze per la città e i suoi cittadini?
Di non poter più contare sul modello Milano perché non è stato contemplato un piano alternativo. Se non viene garantita una qualità innovativa agli spazi della vita quotidiana delle persone rispetto al mondo che si sta delineando, allora si rischia di perdere la partita che è quella di creare equilibri che garantiscano una crescita solida e sostenibile.
Quale ruolo possono giocare gli architetti, gli urbanisti per contribuire a un rilancio etico e innovativo dell’urbanistica nella Milano post-inchiesta?
Ripensare al significato e al ruolo della professione, una delle spine portanti della società. La professione ha un limite: dipende dal mercato. Se le professioni non sono in grado di problematizzare questo rapporto con il mercato e, anzi, si adegua e lo usa strumentalmente, tutto rischia di implodere perché le professioni sono il nerbo della società. Gli ordini però mi sembrano in silenzio, un segnale molto preoccupante che mostra una vistosa difficoltà all’interno delle organizzazioni professionali che non riescono a trovare una collocazione differente all’interno di un mercato sempre più invasivo. Una concentrazione degli affari, della finanza e delle decisioni.