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Ex Ilva, governo lavora a divorzio consensuale: Mittal fuori da Adi. Sindacati pronti a sfida

Urso: "Intervento drastico, cambiare equipaggio. Il 18 gennaio nuovo round con i sindacati

Palazzo Chigi - Fotogramma
Palazzo Chigi - Fotogramma
11 gennaio 2024 | 19.39
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E’ un divorzio consensuale la carta che il governo tenterà di giocare per separare il suo destino da quello di ArcelorMittal nell’ex gruppo Ilva. Un percorso più soft per ora rispetto all’amministrazione straordinaria, per ridurre i pericoli di contenzioso legale ma non meno determinata. Fino a mercoledì dunque il governo verificherà assieme ai legali di Invitalia e di Mittal la possibilità di arrivare ad un accordo ma in ogni caso garantirà, anche se la fumata dovesse essere nera, la continuità produttiva e la disponibilità a versare le risorse necessarie al rilancio delle attività delle acciaierie. E’ questa la road map tracciata a Fim Fiom Uilm Uglm e Usb convocati in tarda serata di oggi al termine di una settimana caldissima nei rapporti con la multinazionale franco-indiana che sembra segnare la fine definitiva della joint venture voluta nel 2020.

“Non è un passo indietro. In ogni caso Mittal è fuori”, spiega il sottosegretario alla presidenza, Alfredo Mantovano per chiarire i dubbi dei sindacati che si schierano al fianco del governo: “siamo pronti alla sfida se il governo manterrà agli impegni presi”,dicono all’unisono in attesa di essere riconvocati giovedì prossimo per conoscere l’esito della trattativa.

Ad emergere nell’incontro soprattutto, come riportano i sindacati, la determinazione del governo a chiudere la partita con la multinazionale franco-indiana: “non ci sono più le condizioni per condividere la fiducia e le prospettiva per impegni reciproci con Mittal. L’incontro dell’8 gennaio scorso ha chiarito definitivamente che non è possibile proseguire nella gestione di acciaierie d’Italia assieme a Mittal”, riferiscono al termine. Una volontà gia emersa in mattinata nella informativa che Urso ha reso in Senato dopo lo strappo con la multinazionale sulla ricapitalizzazione di Acciaierie d’Italia l’8 gennaio scorso.

“Serve un intervento drastico che segni una svolta netta rispetto alle vicende per nulla esaltanti degli ultimi 10 anni per invertire la rotta e cambiare equipaggio. Noi ci crediamo. Sono ore decisive per garantire, nell'immediato, in assenza di impegno del socio privato, la continuità della produzione e la salvaguardia dell'occupazione, nel periodo necessario a trovare altri investitori di natura industriale", aveva spiegato.

Parole che avevano evocato l'ipotesi di un ricorso all'amministrazione straordinaria con cui estromettere la multinazionale che però non erano mai state pronunciate. E infatti la strada, al momento, non è questa. Feroci le feroci critiche che Urso rivolge a Mittal: "Nulla di quanto programmato e concordato è stato realizzato; nel 2023 la produzione si attesterà a meno di 3 mln di tonnellate, come nel 2022, ben sotto l'obiettivo minimo che avrebbe dovuto essere di 4 mln. Nessuno degli impegni presi è stato mantenuto né su occupazione ne' sul rilancio industriale. In questi anni la produzione è stata progressivamente ridotta in spregio a tutti gli accordi sottoscritti. E perfino in quegli anni in cui la produzione era profittevole in Europa, la produzione è stata mantenuta bassa lasciando campo libero ad altri attori stranieri”.

Strada chiusa anche all’ultima offerta della multinazionale per ricomporre la querelle che si è detta favorevole a scendere in minoranza ma solo a fronte di una governance condivisa al 50%:"non è accettabile nè percorribile soprattutto alla luce delle regole sugli aiuti di Stato", ha chiosato ancora Urso.

Ma altrettanto dure le critiche ribadite all’indirizzo dei M5S e al governo Conte 2 che nel 2022 disegno la joint venture Mittal-Invitalia con Accierie d’Italia. "Nessuno che avesse a cura l'interesse nazionale avrebbe mai sottoscritto quel tipo di accordo. Nessuno che abbia conoscenze delle dinamiche industriali avrebbe accettato mai quelle condizioni", accusa ribadendo come la nascita di Acciaierie d'Italia con l'ingresso di Invitalia al 38% avvenne "con la sigla di patti parasociali fortemente sbilanciati a favore del soggetto privato. Patti che definire leonini è un eufemismo", accusa.

In sostanza, è la critica, quegli accordi hanno permesso a Mittal di "deconsolidare gli asset a dimostrazione del proprio disimpegno tecnico e finanziario ". E per spiegare il meccanismo Urso ha dettagliato il meccanismo che ha portato all'impasse: "Se all'ad di nomina Mittal è stata riconosciuto un voto decisivo, al presidenze di nomina invitalia questo potere è stato previsto su una sola materia". Non solo: "anche nell'ipotesi di una salita in maggioranza del socio pubblico, invitalia non avrebbe potuto designare un amministratore di propria fiducia come dichiarato proprio dal socio privato che ha rivendicato ancora l'altro ieri una condizione di privilegio garantita da quei patti”.

E a questo si aggiunge, conclude, “che Invitalia, anche ove fosse salita in maggioranza al 60% non avrebbe potuto cedere le proprie quote a terzi: unica possibilità era quella di cedere non piu del 9%, scendendo dunque dal 60 al 51% ad un socio finanziario ma non industriale e non operativo sull' acciaio e comunque con diritto di prelazione in capo a Mittal". Intanto i sindacati vigilano: incassano il risultato. (Alessandra Testorio)

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