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Yemen: Saleh resta uomo forte, la sua ombra dietro caos politico a Sanaa

11 febbraio 2015 | 13.59
LETTURA: 4 minuti

Per molti l'ex presidente ha orchestrato l'ascesa degli sciiti Houthi e lo scioglimento del parlamento, addestrando ex militari contro il rivale Hadi e persuadendo la sua tribù a sostenere i ribelli. Lui si difende e parla di propaganda.

Ali Abdullah Saleh
Ali Abdullah Saleh

Dopo tre decenni al potere in Yemen, Ali Abdullah Saleh ha dovuto rinunciare alla presidenza nel 2012, in seguito alle rivolte ispirate dalla Primavera araba, ma resta l'uomo forte del paese ed è probabilmente colui che, da dietro le quinte, orchestra il caos politico che ha portato alle dimissioni del presidente Abd Rabbo Mansour Hadi.

"Ho fatto proprio bene a cedere il potere", ha detto Saleh in un'intervista concessa ad alcuni giornalisti nella sua lussuosa residenza vicino Sanaa. L'ex presidente ha spiegato di passare il tempo dedicandosi alla lettura e alla riabilitazione fisica, per riprendersi dalle ferite subite durante le rivolta del 2011. Ma pochi credono a questa versione e sostengono invece che sia legato ai ribelli sciiti del gruppo Houthi che a settembre sono entrati a Sanaa e che la scorsa settimana hanno sciolto il parlamento e annunciato istituzioni "rivoluzionarie" transitorie.

"Saleh ha lasciato solo la presidenza, non il potere", sostiene Farea al-Muslimi, analista yemenita del Carnegie Middle East Center di Beirut. In effetti il potere politico di Saleh è stato lasciato intatto dal piano internazionale di transizione, dopo le sue dimissioni del 2012. Non gli è stato imposto di lasciare il paese, gli è stata garantita immunità da processi penali e continua a presiedere il suo influente partito, il Congresso generale del Popolo.

"E' chiaro a tutti che ha avuto un ruolo in questo caos - ha affermato a condizione di anonimato una fonte diplomatica occidentale che si trova nella regione - Non ci sono dubbi che fosse in una 'joint venture' con gli Houthi". Ma dalla sua residenza, Saleh si è difeso affermando che si tratta solo di "propaganda" dei suoi avversari politici.

L'ex presidente sostiene di non aver mai interagito con il leader degli Houthy, Abdul Malik al-Houthi, ma il suo partito, insieme ad altre forze politiche, è impegnato in un dialogo proprio con la leadership sciita, per la fine della crisi politica in corso. Lui stesso ha inoltre ammesso di aver provato a persuadere i ribelli a revocare lo scioglimento del parlamento.

A suo dire, se c'è un responsabile della crisi, si tratta di Hadi. "E' normale - ha affermato - che gli Houthi prendano il controllo, se non c'è uno stato forte". In tanti riconoscono che la situazione creatasi nel paese sotto il presidente Hadi ha favorito la crisi. La corruzione è in crescita costante, mentre non si riesce a far ripartire l'economia. Hadi si è inoltre inimicato molti ufficiali dell'esercito, con un piano audace di ristrutturazione delle forze armate.

Ma i segni che Saleh avrebbe incoraggiato la ribellione c'erano fin da quando Hadi ha preso il potere, tanto che lo scorso novembre il Consiglio di Sicurezza Onu ha adottato sanzioni contro lui e contro alcuni leader degli Houthi, accusandoli di ostacolare il processo di transizione politica.

Secondo Abdul Ghani al-Iryani, analista yemenita, alcuni militari fedeli a Saleh hanno cominciato fin dal 2012 ad addestrarsi con gli Houthi nelle loro roccaforti nel nord. Saleh "ha inviato ex ufficiali a lavorare con gli Houthi e poi, lo scorso anno, quegli uomini si sono uniti agli Houthi nella presa della capitale", sostiene Iryani, convinto anche che l'ex presidente abbia persuaso la sua influente tribù degli Zaydi a sostenere gli sciiti.

Quando era alla presidenza, Saleh ha lanciato ben sette campagne contro i ribelli sciiti, ma ora, secondo Saeed al-Airi, membro del partito Islah, rivale di quello di Saleh, "vuole eliminare i suoi rivali per riemergere come leader nazionale e gli Houthi sono stati ingaggiati per permettergli di raggiungere questo obiettivo".

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