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Israele tra appelli per una tregua a Gaza e timori per il dopoguerra

08 novembre 2023 | 07.41
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A un mese dall'inizio del conflitto, lo Stato ebraico respinge il cessate il fuoco. L'appello dei ministri degli Esteri del G7, le condizioni degli Usa per la pace. Idf "nel cuore di Gaza", decine di civili evacuati

Tank israeliano - Afp
Tank israeliano - Afp

Truppe israeliane all'interno di Gaza City e decine di civili evacuati al Sud della Striscia nella finestra di quattro ore concessa ieri dalle Idf. "Migliaia" secondo il primo ministro Netanyahu i terroristi di Hamas uccisi "dall'alto e dal sottosuolo". Ma a un mese dall'attacco allo Stato ebraico, e dalla risposta israeliana, cresce la pressione internazionale per una tregua. Tregua che l'esercito israeliano e il premier, tuttavia, respingono con forza. Israele "non si fermerà. Non ci saranno ingressi di lavoratori, non ci sarà cessate il fuoco senza il ritorno a casa degli ostaggi", ha spiegato ancora ieri Netanyahu, che ha promesso "la distruzione completa" di Hamas come condizione per lo stop al conflitto.

A insistere per una pausa umanitaria sarebbero in particolare gli Usa con il presidente Joe Biden che, secondo quanto riferisce Axios, durante una telefonata il 6 novembre avrebbe lanciato un appello a Netanyahu per uno stop di tre giorni nei combattimenti a Gaza. Stati Uniti, Israele e Qatar starebbero infatti discutendo una proposta in base alla quale "Hamas rilascerebbe 10-15 ostaggi e utilizzerebbe la pausa di tre giorni per verificare l'identità di tutti gli ostaggi e fornire un elenco dei nomi degli ostaggi", secondo una fonte citata dalla testa americana.

Ma a preoccupare gli Usa non è 'solo' lo stop temporaneo al conflitto. Pesano infatti anche i possibili scenari del dopoguerra. La Casa Bianca ha infatti messo in guardia Israele dal rioccupare Gaza dopo che lunedì scorso Netanyahu ha spiegato che lo Stato ebraico avrà la "responsabilità generale della sicurezza" nella Striscia per un "periodo indefinito" dopo la fine della guerra. "In termini generali, noi non sosteniamo una rioccupazione di Gaza e neanche Israele la sostiene", le parole di un portavoce del dipartimento di Stato, Vedant Patel. Mark Regev, consigliere senior di Netanyahu, ha poi precisato che il piano postbellico di Israele non sarebbe una "occupazione continua" di Gaza, descrivendo invece qualcosa di "più fluido" e flessibile.

"Nessuno spostamento forzato dei palestinesi da Gaza. Non ora. Non dopo la guerra. Nessun uso di Gaza come piattaforma per il terrorismo o altri attacchi violenti. Nessuna rioccupazione di Gaza dopo la fine del conflitto. Nessun tentativo di bloccare o assediare Gaza. Nessuna riduzione del territorio di Gaza. Dobbiamo anche garantire che nessuna minaccia terroristica possa provenire dalla Cisgiordania". Così il segretario di Stato americano, Antony Blinken, ha descritto oggi le condizioni necessarie secondo gli Stati Uniti ad una "pace ed una sicurezza durature" in Medio Oriente, intervenendo a Tokyo dove si è svolta la ministeriale esteri del G7.

Blinken ha proseguito dicendo che gli Stati Uniti cercano una soluzione futura che "includa la voce e le aspirazioni del popolo palestinese al centro della governance post-crisi a Gaza, un governo a guida palestinese e Gaza unificata con la Cisgiordania sotto l'Autorità palestinese, ed un meccanismo sostenuto per la ricostruzione di Gaza". Gli Stati Uniti - ha sottolineato - perseguono "un percorso per israeliani e palestinesi che vivano fianco a fianco in stati propri, con uguali misure di sicurezza, libertà, opportunità e dignità".

Pressioni internazionali per la tregua

Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha poi confermato di aver chiesto al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu una pausa nei combattimenti a Gaza durante una telefonata di lunedì. Un portavoce della Casa Bianca aveva precedentemente affermato che i due leader avevano discusso della potenziale "pausa tattica" nei combattimenti a Gaza per ragioni umanitarie e del possibile rilascio di ostaggi durante la loro conversazione di lunedì.

La richiesta di una tregua, domandata a gran voce da Onu e associazioni umanitarie, è arrivata ieri anche dal primo ministro belga Alexander De Croo che - riporta la Cnn - ha affermato che gli attacchi israeliani contro le infrastrutture civili a Gaza sono "sproporzionati" e "non accettabili", riferendosi specificamente all'attacco israeliano al campo profughi di Jabalia. Un portavoce del Cremlino ha chiesto inoltre "pause umanitarie", esprimendo profonda preoccupazione per la "catastrofica" situazione umanitaria. E il segretario generale dell'Onu ha intanto ribadito le sue richieste per un "cessate il fuoco umanitario immediato".

Anche i ministri degli Esteri del G7 riuniti a Tokyo sottolineano oggi "la necessità di un'azione urgente per affrontare il peggioramento della crisi umanitaria a Gaza". "Tutte le parti devono consentire sostegno umanitario senza ostacoli per i civili, compresi generi alimentari, acqua, cure mediche, carburante, rifugi e accesso per gli operatori umanitari - si legge nel documento finale -. Sosteniamo pause umanitarie e corridoi per facilitare l'assistenza necessaria con urgenza, il movimento dei civili e il rilascio degli ostaggi. Anche ai cittadini stranieri deve essere consentito di continuare a partire".

"Sottolineiamo l'importanza della protezione dei civili e del rispetto del diritto internazionale, in particolare del diritto internazionale umanitario. Dal 7 ottobre, i membri del G7 si sono impegnati con ulteriori 500 milioni di dollari per la popolazione palestinese, anche attraverso le agenzie Onu e altri attori umanitari - si legge ancora nella dichiarazione finale - Chiediamo ai Paesi nel mondo di unirsi a noi in questo sforzo. Accogliamo con favore la conferenza internazionale del 9 novembre a Parigi sulla situazione umanitaria".

"L'aumento della violenza estremista commessa dai coloni contro i palestinesi è inaccettabile, compromette la sicurezza in Cisgiordania e minaccia le prospettive di una pace duratura", si legge ancora. I membri del G7, "insieme ai partner nella regione, stanno lavorando intensamente per evitare un ulteriore inasprimento del conflitto e una diffusione più ampia. Stiamo anche lavorando insieme, anche imponendo sanzioni e altre misure, per negare a Hamas la capacità di raccogliere e usare fondi per compiere atrocità".

Intanto il portavoce dell'Idf, il contrammiraglio Daniel Hagari, ha ribadito ancora ieri che non ci sarà alcun cessate il fuoco, ripetendo come Hamas stia usando "la sua popolazione come scudo umano".

La situazione a Gaza

Le forze di difesa israeliane affermano intanto di aver "attaccato oltre 14.000 obiettivi terroristici” nell’ultimo mese, eliminando molti militanti di Hamas e distruggendo infrastrutture e armi chiave. Nel nord, le truppe dell'Idf sono nel "cuore della città di Gaza" e prendono di mira i comandanti di Hamas, ha detto il ministro della Difesa Yoav Gallant. Netanyahu ha quindi affermato che "Gaza City è circondata" e che l'Idf "opera al suo interno" e "aumenta la pressione esercitata su Hamas ogni ora e ogni giorno".

Intanto ieri un totale di 637 cittadini stranieri sono stati evacuati da Gaza all'Egitto attraverso il valico di frontiera di Rafah, ha spiegato alla Cnn un funzionario egiziano. Si tratta del numero giornaliero più alto da quando sono iniziate le evacuazioni la scorsa settimana. Inoltre, 15 palestinesi feriti sono arrivati in Egitto per essere curati attraverso il confine, ha aggiunto.

Più del 70% delle 10.305 persone uccise a Gaza dal 7 ottobre ad oggi "erano bambini, donne e anziani", ha affermato ieri in un rapporto il ministero della Sanità palestinese a Ramallah. Il portavoce dell'Unicef James Elder ha quindi difeso l'accuratezza dei numeri del bilancio delle vittime riportati da Gaza, affermando che i numeri dell'organizzazione sono strettamente allineati con quelli del ministero della Salute controllato da Hamas nell'enclave.

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