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La Germania vorrebbe esentare oltre 7.000 Pmi dalle norme sulla rendicontazione ecologica, ecco come

20 settembre 2023 | 12.43
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Da Berlino una proposta che mette in allerta l’Ue

Bandiera tedesca che sventola - Canva
Bandiera tedesca che sventola - Canva

La Germania potrebbe ostacolare la transizione ecologica dell’Unione europea cambiando le carte in tavola. Come riporta il Financial Times, Berlino sta premendo sulle istituzioni comunitarie perché Bruxelles estenda la definizione di piccola e media impresa. Questo cambiamento esenterebbe molte aziende dalla rendicontazione di sostenibilità, così come disciplinata dall’Unione europea.

Per il diritto europeo un’impresa è una Pmi quando sussistono questi elementi:

- meno di 250 dipendenti (unico requisito stabilito dall’Ocse per qualificare le Pmi);

- fatturato annuo di massimo 50 milioni di euro;

- (anche in sostituzione del secondo requisito) totale di bilancio annuo entro i 43 milioni di euro

Il governo tedesco spinge per intervenire sul primo requisito, alzando la soglia da 250 a 500 dipendenti, formalmente per “limitare il carico [burocratico] che grava su di loro a ciò che è realmente necessario”, come si legge in un documento governativo redatto a fine agosto.

Secondo i calcoli del think tank Center for European Policy Studies della Commissione europea, questa modifica esenterebbe un numero di aziende tra 7.500 e 8.000 dal rispetto delle norme di rendicontazione di sostenibilità recentemente adottate dalla Commissione europea.

Quella sulle Pmi non è un’iniziativa isolata della politica tedesca che ha proposto altre misure per alleggerire la burocrazia in capo alle aziende, sempre più alle prese con l’elevata inflazione e la carenza di personale. La posizione della Germania, tuttavia, mette in pericolo il già instabile equilibrio tra i risultati economici e la necessità di nuove politiche ambientali.

Pascal Durand, eurodeputato socialista francese che ha guidato i negoziati sulle regole di rendicontazione della sostenibilità aziendale, ha dichiarato che la riapertura del dibattito sulla rendicontazione di sostenibilità, elemento chiave della legge sul clima dell’Ue, rischia di ridurre in modo significativo l’impatto della direttiva e di penalizzare migliaia di aziende che hanno iniziato a riorganizzare le proprie attività per soddisfare i nuovi standard di sostenibilità e rendicontazione.

L’elemento più preoccupante dell’iniziativa tedesca è il timore che le industrie comunitarie perdano competitività a causa di tutte le nuove normative introdotte come parte del Green Deal europeo, che mira a raggiungere emissioni nette pari a zero entro il 2050. Timore del tutto analogo a quello sollevato dal Comitato per la Corporate governance sulla Direttiva Csrd.

Secondo le norme europee attuali, sono comprese nell’ambito di applicazione della normativa sulla rendicontazione sostenibile solo le piccole e medie imprese quotate che, inoltre, fino al 2026 non dovranno riferire sui loro impatti ambientali e sociali.

La settimana scorsa la Commissione ha comunicato di voler rivedere il numero di Pmi che rientrano nell’ambito di applicazione di regolamenti finanziari come il reporting di sostenibilità e la tassonomia verde, la guida pratica per la classificazione delle attività green degli investimenti sostenibili, rivedendo le soglie in base all’inflazione. Tuttavia, la posizione della Germania desta più di qualche preoccupazione perché di recente Berlino ha già messo in discussione il progresso green.

Il referendum per una Berlino green è fallito

Il 26 marzo scorso, infatti, è fallito il referendum di Berlino che proponeva di raggiungere la “neutralità climatica” nella capitale tedesca entro il 2030. Il referendum, proposto da associazioni ambientaliste ed esponenti della società civile che avevano raccolto decine di migliaia di firme, non ha raggiunto il quorum.

Infatti, per diventare legge il referendum “Klima Schutz” avrebbe dovuto raccogliere i “Sì” di almeno un quarto degli aventi diritto al voto, obiettivo sfumato per quasi 200.000 voti.

Ma soprattutto, nonostante ci siano state campagne organizzate solo per il “Sì” al referendum, il 48,7% dei partecipanti ha votato “No”. Come emerge dai dati ufficiali, il parere negativo ad una Berlino green ha prevalso nei quartieri periferici, mentre il “Sì” ha stravinto nei quartieri centrali dei ceti medi progressisti.

Per diventare a emissioni zero entro il 2030 Berlino avrebbe dovuto mettere in atto misure radicali nel traffico, nelle abitazioni, nel riscaldamento. Oltre al solito apporto di chi non vuole assolutamente rinunciare a usare l’auto o la moto, l’elemento che più ha intimorito i cittadini è stato il costo di questa transizione che inevitabilmente si sarebbe trasferito sugli inquilini e sui proprietari di case.

In definitiva, queste due prese di posizione bavaresi fanno luce su una tendenza che potrebbe essere più vasta: la transizione green farà un deciso passo in avanti solo se riguarderà tutti i Paesi allo stesso modo, evitando disparità normative e, di conseguenza, economiche.

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