'Psicologo a bordo', a Fiumicino la terapia prende il largo con sedute in porto o in navigazione

Francesco Saverio Stacchini: "Non serve alcuna esperienza di vela. Il primo confronto, senza l’obbligo di iniziare un percorso, avviene in porto, per capire se e quando la persona sarà pronta a spiegare le vele. Mollo gli ormeggi solo quando la persona se la sente".

Lo psicologo Francesco Saverio Stacchini in barca a vela
Lo psicologo Francesco Saverio Stacchini in barca a vela
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05 settembre 2026 | 12.01
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La navigazione è da sempre una metafora del percorso umano: orientarsi, affrontare il vento, cambiare rotta quando necessario. Nel lavoro psicologico, questa immagine può aiutare a comprendere meglio i momenti di cambiamento e le scelte della propria vita. Ne è convinto Francesco Saverio Stacchini, 38 anni, psicologo con un passato da marinaio e restauratore di barche d’epoca, che un anno fa ha dato vita al progetto 'Psicologo a Bordo'. "Si tratta di un percorso psicologico che si svolge in barca a vela – racconta Stacchini all’Adnkronos Salute – dove accompagno la persona in un viaggio di ascolto, consapevolezza e cambiamento".

Le sedute si svolgono a Fiumicino, in provincia di Roma, a bordo di una barca a vela di 12 metri ferma in porto oppure, d’accordo con lo psicologo, durante la navigazione. "Non serve alcuna esperienza di vela. Il primo confronto, senza l’obbligo di iniziare un percorso, avviene in porto, per capire se e quando la persona sarà pronta a spiegare le vele - spiega Stacchini -. Mollo gli ormeggi solo quando la persona se la sente". La seduta dura circa un’ora quando l’imbarcazione è ferma in porto e circa due ore quando avviene in mare.

L’idea di trasferire lo studio dalla città al mare ha preso forma un anno fa, ma l’esperienza di Stacchini in questo ambito risale a diversi anni prima. Dal 2020 al 2024, attraverso l’associazione culturale 'Un giorno da marinaio', che aveva l’obiettivo di rendere la nautica accessibile a prezzi popolari, lo psicologo ha avuto modo di "osservare come la navigazione potesse favorire, in alcune persone, una particolare apertura" emotiva. "Ho capito che molte persone si 'sbloccavano' proprio nel momento in cui si iniziava a spiegare le vele. La navigazione, per molti, è un momento catartico, un modo per esternare dolori, gioie e vissuti emotivi importanti. Dopo due ore in mare mi confidavano cose che forse non avrebbero mai raccontato nemmeno a se stessi" aggiunge.

"Tra gli episodi che mi hanno colpito - ricorda lo psicologo - quello di un ragazzo che, dopo aver parlato con lui prima in porto e poi durante la navigazione, mi confidò di aver tentato il suicidio. Quello e altri episodi mi hanno fatto capire che, se nella vita quotidiana la mente è costantemente stimolata da notifiche, impegni e distrazioni, il mare offre uno spazio più essenziale: l’orizzonte aperto, il suono dell’acqua e il ritmo del vento possono aiutare a ridurre il sovraccarico mentale".

Stacchini oggi segue centinaia di pazienti. "Circa il 70% sono donne e il 30% uomini. A parte un paio di persone over 60 e alcuni adolescenti, l’80% di chi mi contatta per chiedere aiuto ha tra i 25 e i 55 anni". Tra i problemi più frequenti, riferisce, ci sono "ansia, depressione, lutti da elaborare e, soprattutto tra i più giovani, disturbi dello spettro psicotico".

Tra le donne, aggiunge, ricorrono soprattutto ansia, depressione e senso di vuoto esistenziale. "Mi capita di sentire: 'Io non so chi sono', 'non so perché sono al mondo', 'mi sento vuota, dottore, mi aiuti'". Un altro tema frequente è quello delle relazioni: "Una storia finita male, una relazione tossica. La depressione, però, è spesso sullo sfondo. Per le donne tra i 45 e i 50 anni, inoltre, c’è spesso il tema del lutto da elaborare".

Sulla durata della terapia "non c’è un numero prestabilito di sedute – sottolinea Stacchini –. Ogni persona inizia il proprio percorso e poi decide come e quando fare un passo in avanti, fino ad arrivare, metaforicamente, a spiegare le vele da sola".

Stacchini ha anche due studi a Roma e ad Anzio, ma considera il mare un ambiente con caratteristiche particolari. "Il mare insegna cose che nessun libro può spiegare. Insegna ad aspettare il vento, a rispettare la natura, a fidarsi degli altri e, soprattutto, a conoscere se stessi" sostiene. Anche il contesto, secondo lo psicologo, può avere un ruolo. "Il fatto di trovarsi all’aperto, anziché in un ambiente chiuso e medicalizzato, aiuta tantissimo".

La barca, inoltre, introduce una componente concreta: la necessità di affidarsi alle condizioni esterne e, in alcuni momenti, anche agli altri. "Pensiamo a una persona che ha bisogno di controllare tutto - fa notare - : in barca deve necessariamente affidarsi. In studio i pazienti parlano e poi vanno via. In barca, invece, non puoi controllare il vento e il mare".

Anche il modo in cui una persona si muove a bordo, secondo Stacchini, può offrire spunti di osservazione. "Se, per esempio, afferra il timone e non lo lascia più, può essere un comportamento che rimanda a un forte bisogno di controllo. Ma non è certo un singolo comportamento a permettere di fare una valutazione psicologica: sono elementi che possono essere osservati e poi approfonditi nel percorso". Nonostante la necessità di mantenere il controllo, racconta, molti pazienti riescono progressivamente a lasciarsi andare e a parlare. "Molti mi dicono: 'lo dico in mare perché tanto qui non mi sente nessuno'". E c’è anche un ultimo aspetto, più personale: "È un’esperienza che fa bene anche a me, non solo ai pazienti". Il progetto 'Psicologo a Bordo' è attivo tutto l’anno. "L’iniziativa va avanti anche d’inverno, il mare d'inverno è bellissimo", conclude Stacchini.

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