Uno studio dell’Università di Pisa e dell’Università di Yale ha identificato nei resti di Giovanni e Francesco I de’ Medici le tracce genetiche della malattia
Nel 1562 il cardinale Giovanni de’ Medici morì a soli 19 anni dopo una grave malattia febbrile contratta durante un viaggio lungo la costa toscana. Venticinque anni più tardi, anche il fratello maggiore Francesco I de’ Medici, granduca di Toscana, morì dopo aver manifestato sintomi analoghi. Per secoli le cronache hanno attribuito entrambi i decessi alla malaria, mentre la morte di Francesco ha continuato ad alimentare ipotesi di avvelenamento. Oggi un nuovo studio condotto dalla Divisione di Paleopatologia del Dipartimento di Ricerca Traslazionale e delle Nuove Tecnologie in Medicina e Chirurgia dell’Università di Pisa in collaborazione con ricercatori dell’Università di Yale aggiunge prove decisive a questa vicenda storica e apre una nuova finestra sull’evoluzione della malaria nel passato.
Pubblicata sulla rivista iScience, la ricerca ha analizzato il Dna estratto dai resti scheletrici dei due fratelli alla ricerca di tracce genetiche di Plasmodium, il genere di protozoi parassiti responsabili della malaria. Le analisi hanno portato all’identificazione, nei resti di Giovanni de’ Medici, del Dna di un ceppo finora sconosciuto di Plasmodium falciparum, la specie che provoca la forma più grave della malaria umana. Secondo lo studio, questo ceppo presenta due mutazioni genetiche uniche, probabilmente emerse durante l’espansione demografica del parassita e la sua diffusione attraverso l’Europa.
Nei resti di Francesco de’ Medici gli studiosi hanno invece individuato tracce genetiche riconducibili sia a P. falciparum sia a una seconda specie, Plasmodium malariae. La presenza di due specie diverse nello stesso individuo è coerente con precedenti ricerche condotte in Belgio sullo stesso periodo storico, che avevano documentato infezioni multiple. "Tuttavia - ha spiegato Alexander Ochoa, primo autore dello studio e Associate Researcher presso lo Yale Human Evolutionary Genomics Laboratory - saranno necessarie ulteriori analisi genetiche per confermare che la co-circolazione delle due specie fosse effettivamente presente nell’Italia centrale del XVI secolo".
"Il nostro studio rappresenta un eccellente esempio di come le moderne tecniche di analisi possano essere applicate al Dna antico per comprendere meglio il passato", ha dichiarato Serena Tucci, Assistant Professor di Antropologia presso la Faculty of Arts and Sciences di Yale e responsabile dello Yale Human Evolutionary Genomics Laboratory. "Ma il nostro lavoro non si limita a fare luce sulla storia: ha anche prodotto nuovi dati che potranno contribuire alla ricerca presente e futura sulla malaria, una malattia che continua a causare milioni di casi e centinaia di migliaia di morti ogni anno nel mondo".
"Lo studio del Dna antico non ci consente soltanto di diagnosticare la malaria nei resti di individui vissuti nel passato", ha affermato Ochoa. "Ci offre anche una finestra privilegiata sull’evoluzione delle specie di malaria, in questo caso Plasmodium falciparum, aiutando gli scienziati a comprendere meglio come il patogeno si adatti nel tempo".
Per condurre la ricerca, gli studiosi hanno estratto Dna da quattro coste: tre appartenenti al granduca Francesco e una al cardinale Giovanni. I due fratelli sono sepolti nelle Cappelle Medicee, all’interno della Basilica di San Lorenzo a Firenze che ospita le tombe dei principali membri della famiglia Medici. I risultati forniscono nuove informazioni sulla diversità genetica di P. falciparum e contribuiscono a ricostruire la diffusione e l’evoluzione della malaria nell’Italia centrale durante il Rinascimento e nei secoli successivi. La malaria è stata endemica nell’Italia centrale dall’antichità fino al XX secolo, quando le campagne di eradicazione riuscirono a eliminarla dalla regione. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2024 si sono registrati circa 282 milioni di casi di malaria nel mondo, con oltre 610.000 decessi.
Le nuove evidenze consentono inoltre di rileggere alla luce della genetica alcuni episodi noti della storia medicea. Giovanni de’ Medici contrasse la malaria insieme alla madre, Eleonora di Toledo, e al fratello minore Garzia durante un viaggio sulla costa toscana, dove le zone paludose erano note per essere focolai della malattia. Tutti e tre furono colpiti da febbri ricorrenti che nell’arco di un mese ne causarono la morte. Nel 1587 Francesco de’ Medici e la moglie Bianca Cappello soggiornarono nella villa medicea di Poggio a Caiano, situata in un’area caratterizzata da terreni acquitrinosi e coltivazioni di riso, habitat ideale per le zanzare. I due morirono a un giorno di distanza l’uno dall’altra dopo aver manifestato febbri intermittenti compatibili con la malaria. La rapidità dei decessi alimentò le voci secondo cui il fratello e rivale di Francesco, il cardinale Ferdinando de’ Medici, li avrebbe fatti avvelenare con arsenico.
Le fonti archivistiche, comprese le relazioni dei medici di corte dell’epoca, descrivono sintomi pienamente compatibili con la malaria. Le stesse fonti riportano inoltre i trattamenti a cui furono sottoposti i malati, tra cui i salassi, una pratica molto diffusa nel XVI secolo che probabilmente aggravava più che alleviare le condizioni dei pazienti. Precedenti analisi immunologiche avevano già suggerito la presenza di P. falciparum sia in Giovanni sia in Francesco de’ Medici, ma fino a oggi non era stata effettuata alcuna indagine genetica sui loro resti scheletrici capace di confermare tali evidenze.
"All’epoca entrambi furono diagnosticati sulla base di sintomi, come le febbri intermittenti, compatibili con la malaria», ha spiegato Valentina Giuffra, professoressa ordinaria di Storia della Medicina presso l’Università di Pisa e coautrice dello studio. «Questa analisi genetica conferma sia le testimonianze storiche sia le ricerche precedenti. Possiamo ora affermare con certezza scientifica che fu la malaria, e non un avvelenamento, a causare la morte del granduca Francesco de’ Medici". Tra gli altri autori dello studio figurano Samantha Miller e Patrick Reilly dello Yale Human Evolutionary Genomics Laboratory; Adalgisa Caccone del Dipartimento di Ecologia e Biologia Evoluzionistica di Yale; e Gino Fornaciari, Antonio Fornaciari e Giulia Riccomi del Dipartimento di Ricerca Traslazionale e delle Nuove Tecnologie in Medicina e Chirurgia dell’Università di Pisa.