L’Iran avrebbe portato le sue capacità sui droni a un livello abbastanza elevato da poter fermare un caccia supersonico. L'intervista all'esperto
Sono passati due mesi da quando un pilota americano è stato abbattuto, con il suo F-15E Strike Eagle, sui cieli dell’Iran. Per recuperarlo è stata necessaria una complessa missione di salvataggio. In un resoconto riservato ai funzionari del Pentagono, riportato dalla Cnn, quel pilota ha riferito qual è stata l’ultima cosa che ha visto prima di doversi eiettare dall’aereo: un’unica ‘medusa’ di droni, con una formazione più grande e altre più piccole sotto, che si muovevano in sincronia in aria. “Real alien shit”, secondo il pilota: roba da alieni. Un’altra fonte ha riferito alla Cnn che tra le definizioni del racconto c’è quella di “un campo minato di droni”, ed è forse quella che rende meglio l’idea di cosa potrebbe significare questa notizia. L’Iran avrebbe portato le sue capacità sui droni (dove il Paese è un leader mondiale, insieme all’Ucraina) a un livello abbastanza elevato da poter fermare un caccia supersonico con un campo minato su tre dimensioni.
“Non è uno sciame di droni in sé a rappresentare una novità”, spiega Mauro Gilli, professore di strategia e tecnologia militare alla Hertie School di Berlino. Ma uno sciame in grado di percepire, identificare e seguire un caccia cambia tutto. È qui, per Gilli, lo scalino tecnologico che rende davvero dirompente l’applicazione vista in Iran: non l’esibizione coreografica di droni, ma la loro capacità di riconoscere e ingaggiare correttamente un caccia nemico, nel poco tempo utile e con mezzi per definizione limitati.
Professore, qual è lo step tecnologico che conta davvero nel caso del caccia Usa abbattuto?
"Centrale è la capacità di detect, identify, track. Devi avvistare l’obiettivo, identificarlo positivamente come nemico (magari potrebbe essere un aereo commerciale) e poi seguirlo per ingaggiarlo. Lo sciame di droni in sé non è la novità: esistono da tempo. La difficoltà è dotare quei droni, autonomamente o con sensori terzi, della capacità di avvistare un aereo in arrivo, classificarlo senza ambiguità come ostile e tenerne la traccia. Servono sensori adeguati e data libraries, come uno ‘Shazam’ dell’aerospazio, che confronti in tempo reale il ritorno rilevato con profili registrati di quel tipo di velivolo. E poi c’è l’inseguimento: attualmente parliamo di droni con velocità e raggio limitati. Dubito possano operare a velocità supersonica; un caccia manovra, accelera, cambia quota. Inoltre, per via del poco carburante, lo sciame va lanciato vicino alla rotta prevista del nemico. In sintesi: fare tutti questi step in modo efficiente e abbastanza rapido da avere una chance reale di abbattere un caccia non è facile".
È la prima volta che si sente parlare di qualcosa del genere?
"In verità no. Recentemente è stata descritta una capability iraniana simile: un drone in loitering, tipo “condor” che pattuglia e, quando avvista un aereo nemico, lo ingaggia. La notizia mi ha colpito, all’epoca però non si parlava di sciame, ma di un singolo drone".
Siamo già entrati da tempo in una nuova era della Difesa in cui tecnologie a basso costo competono con sistemi carissimi, in cui droni da 40mila euro vengono abbattuti da missili Patriot da milioni di dollari. Quello iraniano è uno step successivo importante?
"Sì, perché sposta il focus anche sul lato difensivo. Negli ultimi 10-15 anni la discussione sui droni si è concentrata soprattutto sul lato offensivo e sul loro costo inferiore rispetto alle piattaforme con pilota. Generalmente è vero, con eccezioni. Ma si è dedicata poca attenzione all’uso dei droni per rafforzare la difesa aerea. Questa applicazione incarna proprio quell’idea: rendere la penetrazione nello spazio aereo avversario più complicata. Non significa che gli Stati Uniti non potranno più ottenere la superiorità aerea; significa che dovranno considerare minacce che qualche anno fa non c’erano, con maggiori complessità operative".
Come faranno gli eserciti a proteggere chi attacca? Esistono contromisure già disponibili?
"La guerra è un ciclo continuo di measure e countermeasure. Anche un F-35 ha un’opzione per 'farsi spazio'. Ci sono ‘esche’ che i caccia possono lanciare per ingannare le difese aeree: non c’è motivo di credere che non possano confondere anche eventuali sciami. Si può adattare la frammentazione dei missili aria-aria: oggi si impiegano frammenti (pensa al tungsteno) che esplodono a nuvola per massimizzare i danni a un caccia, fatto in gran parte di titanio e quindi molto resistente, dove servono meno frammenti ma più pesanti. Per droni più piccoli servono più frammenti, ma meno massicci. È una calibrazione dell’effetto letale in base al bersaglio. Esiste già una soluzione 'chiavi in mano'? No. Ma ci sono molte soluzioni in uso che possono essere adattate".
In Europa, tra il “muro di droni” che vorrebbe l’Ue e startup come la tedesca Helsing che raccoglie miliardi di dollari, quanto siamo indietro?
"Difficile rispondere in modo netto: l’efficacia vera la vedi in guerra. Il problema europeo è l’ecosistema: non basta l’azienda che disegna e integra il drone, serve tutta la filiera della componentistica. Un esempio poco discusso: gli esplosivi. Tutti parlano di droni e munizioni, ma la capacità europea di produrre esplosivi è limitata. Poi c’è il tema dei dati, cruciale per le data libraries di cui parlavamo: l’Ucraina ha annunciato la scorsa settimana che aprirà i suoi dati ai Paesi alleati, un vantaggio enorme per superare colli di bottiglia tecnologici. In Europa ci sono vari Paesi con tecnologie utili, ma manca un vero sforzo aggregato. E sui sistemi economici contano le economie di scala: se frammenti in tanti programmi nazionali, il prezzo non scende".
Progetti come il caccia di sesta generazione (parte di un ecosistema multidominio che comprende anche i droni) diventano ancora più urgenti? In Europa si parla dell’unione della Germania al progetto Gcap di Leonardo dopo la fine del Fcas con la Francia, ma c’è anche un progetto solo tedesco guidato da Airbus.
"Per ottenere e mantenere superiorità aerea su territorio ostile servono piattaforme capaci di penetrare difese aeree in evoluzione: è inevitabile. Se in Europa si sviluppano più caccia distinti, avere due programmi significa raddoppiare costi e complessità dell’ecosistema: filiere, macchinari, fornitori. Lo vediamo con l’F-35 e le sue versioni: legittimo, ma con problemi reali. Considerati i vincoli di bilancio europei, la minaccia in crescita e il possibile disimpegno statunitense, duplicare i programmi non mi pare l’approccio più razionale". (di Alessandro Pulcini)