Fondi Safe, la scelta italiana tra difesa europea e prudenza di bilancio

05 agosto 2026 | 11.42
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L’Italia si prepara a valutare l’utilizzo dei fondi Safe, lo strumento dell’Unione europea che mette a disposizione prestiti fino a 150 miliardi di euro per sostenere l’aumento degli investimenti degli Stati membri nel settore della difesa. L’annuncio del Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Antonio Tajani ha aperto un confronto all’interno della maggioranza, in particolare con la Lega orientata a rivendicare un ruolo centrale del Parlamento nella definizione dell’entità delle risorse da attivare e delle relative priorità di spesa. Sullo sfondo, la Commissione europea sollecita Roma a impiegare l’intera quota disponibile, pari a 14,9 miliardi di euro, ritenendo il piano italiano particolarmente solido e coerente con gli obiettivi dello strumento.

Il Ministro della Difesa Guido Crosetto riconduce la scelta a una valutazione prevalentemente tecnica e finanziaria. Safe, ha spiegato, non rappresenta una dotazione aggiuntiva rispetto alla spesa già prevista a bilancio, ma uno strumento di finanziamento alternativo rispetto al ricorso ordinario al mercato. In questa prospettiva, l’utilizzo dei prestiti europei sarà valutato entro la fine dell’anno sulla base della convenienza rispetto all’emissione di titoli di Stato, come BoT e CcT. La posizione del Governo sembra dunque muoversi lungo un doppio binario: da un lato la necessità di rafforzare le capacità nazionali e contribuire alla sicurezza europea; dall’altro l’esigenza di preservare un equilibrio nella gestione delle finanze pubbliche e nel rapporto tra decisione tecn

Da Bruxelles, il messaggio resta tuttavia improntato all’urgenza. La Commissione europea considera Safe un passaggio rilevante per accelerare la prontezza industriale e militare dell’Unione, in un contesto segnato dalla prosecuzione della guerra in Ucraina e dalle crescenti pressioni sulla sicurezza del continente. Il portavoce per la difesa della Commissione europea, Thomas Regnier ha sottolineato che un impiego integrale delle risorse da parte dell’Italia sarebbe “molto, molto positivo”, richiamando il ruolo dello strumento nel rafforzamento della sicurezza europea e citando, tra gli esempi più recenti, le incursioni di droni in Romania. La sollecitazione europea va letta nel quadro più ampio del piano ReArm Europe/Readiness 2030, presentato dalla Commissione nel marzo 2025, di cui Safe costituisce il primo pilastro operativo.

Il regolamento che istituisce lo strumento è entrato in vigore il 29 maggio 2025. Safe fornisce assistenza finanziaria sotto forma di prestiti, finanziati attraverso la capacità di raccolta dell’Unione europea e, in particolare, mediante l’emissione di obbligazioni europee nell’ambito dell’approccio unificato ai finanziamenti. L’obiettivo è consentire agli Stati membri di incrementare rapidamente gli investimenti nella difesa, privilegiando appalti comuni e programmi capaci di rafforzare l’integrazione industriale europea. Lo strumento non interviene quindi soltanto sul volume delle risorse disponibili, ma anche sul metodo con cui esse vengono impiegate, incentivando cooperazione, standardizzazione e capacità condivise.

Le risorse possono sostenere due principali categorie di prodotti per la difesa. La prima comprende munizioni e missili, sistemi di artiglieria, capacità di combattimento terrestre, equipaggiamenti per i soldati, droni di piccole dimensioni e sistemi antidrone, protezione delle infrastrutture critiche, cyber-capacità e mobilità militare. La seconda riguarda capacità a maggiore complessità tecnologica e strategica, tra cui difesa aerea e missilistica, assetti marittimi di superficie e subacquei, droni di dimensioni superiori, abilitanti strategici come trasporto aereo, rifornimento in volo, sistemi C4ISTAR, risorse spaziali, intelligenza artificiale e guerra elettronica.

Accanto alle opportunità finanziarie, Safe introduce vincoli significativi sul piano industriale e dell’autonomia strategica. In tutte le categorie, i contratti di appalto devono garantire che il costo dei componenti originari di paesi al di fuori dell’UE, degli Stati EFTA e del SEE, o dell’Ucraina non deve superare il 35 % del costo stimato dei componenti del prodotto finale. Per i progetti della seconda categoria sono previste condizioni di ammissibilità più stringenti, tra cui la capacità dei contraenti di modificare le attrezzature, ove necessario, senza restrizioni riconducibili a paesi terzi, riflettendo la volontà europea di rafforzare la base industriale della difesa e ridurre dipendenze considerate sensibili.

La decisione italiana sull’utilizzo dei fondi Safe si colloca dunque all’incrocio tra esigenze di sicurezza, sostenibilità finanziaria e definizione di una più chiara postura industriale europea. Per Roma, la questione non riguarda soltanto la quantità di risorse da attivare, ma anche il modo in cui orientarle verso programmi coerenti con le priorità nazionali e con il rafforzamento complessivo della capacità europea di difesa. In un contesto internazionale segnato da instabilità prolungata e da una crescente domanda di deterrenza, la scelta finale dovrà tenere insieme prudenza di bilancio, responsabilità politica e partecipazione a una strategia comune dell’Unione.

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