Qualche segnale che possa far pensare a una nuova fase di gestione della guerra tra Russia e Ucraina inizia a emergere, anche se è ancora troppo presto per parlare di vera svolta verso la pace. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha mediato un accordo di cessate il fuoco, che è stato accettato dai rispettivi governi ed è durato dal 9 all’11 maggio. L’intesa è stata formalizzata in una dichiarazione congiunta che ha specificato durata, aree di applicazione e meccanismi di supervisione di forze di monitoraggio, anche se il livello di violazioni e incidenti di frontiera è rimasto particolarmente elevato. A pochi giorni dal cessate il fuoco, il violento attacco missilistico e aereo su Kiev, ha infatti spezzato qualsiasi illusione di una distensione stabile e ha riportato in primo piano la fragilità dei tentativi di mediazione, segnalando che queste brevi tregue non hanno corrisposto a una reale riduzione delle ostilità.
In uno scenario sempre più drammatico, si inserisce il possibile sforzo, come riportato dal Financial Times, da parte dell’Unione europea, di individuare figure politiche di primario livello, come l’ex presidente della Banca centrale europea Mario Draghi o l’ex cancelliera tedesca Angela Merkel, che possano svolgere un ruolo di rappresentanti in un quadro di negoziati con il presidente russo Vladimir Putin.
Secondo fonti citate dal quotidiano britannico, i ministri degli Esteri dell’Ue discuteranno dei possibili candidati a questa funzione in una riunione prevista a Cipro la prossima settimana, dopo che Washington e Kiev hanno espresso sostegno a un dialogo strutturato tra l’Europa e il Cremlino sulla gestione del conflitto in Ucraina. Secondo alcune fonti, oltre a Draghi e Merkel, altri governi hanno suggerito come possibili riferimenti il presidente finlandese Alexander Stubb e il suo predecessore, Sauli Niinistö, per la loro esperienza nei rapporti con la Russia e il loro ruolo nella sicurezza nord-europea. L'amministrazione di Donald Trump avrebbe informato l’UE di non essere contraria al fatto che l’Unione avvii colloqui con Putin in parallelo ai negoziati guidati dagli Stati Uniti, purché questi rimangano coordinati con Washington e Kiev. Va ricordato che Bruxelles ha interrotto i canali di comunicazione formali con Mosca dopo l'invasione dell'Ucraina, il 24 febbraio del 2022. Da allora, i contatti si sono limitati a canali informali, scambi tecnici su temi umanitari e comunicazioni filtrate attraverso intermediari. La Ue teme però ora che il mancato avanzamento dei negoziati guidati dagli Stati Uniti possa lasciare l’Europa in un ruolo subalterno e vulnerabile a un accordo negoziato prevalentemente da altre capitali, con concessioni politiche difficili da accettare per Kiev così come per Bruxelles. La figura di Draghi, in particolare, è vista con favore dallo stesso presidente ucraino Volodymyr Zelensky, come ha spiegato un alto funzionario a Kiev. Secondo questa fonte, Zelensky vorrebbe “qualcuno come Draghi”, cioè un interlocutore autorevole e tecnocratico, o “un leader forte e politicamente attivo” a guidare la delegazione europea nei contatti con Mosca. Proprio nel corso di questa settimana, Zelensky dovrebbe consultarsi con i leader di Francia, Germania e Regno Unito per concordare un approccio comune alla figura che Bruxelles prospetterà a Mosca. Draghi è considerato una figura di ampia credibilità in tutta la Ue, grazie al suo ruolo nella gestione delle crisi finanziarie europee e alla sua presidenza del Consiglio italiano, con un background tecnico che alcuni vedono utile per negoziati complessi, anche se la sua disponibilità personale non è stata confermata. Secondo quanto riferito, nella riunione dei ministri degli Esteri dell’Ue si discuterà anche dei principi che l’Europa vorrebbe vedere garantiti in una eventuale relazione post-conflitto con la Russia, delle linee rosse per un accordo in Ucraina, tra cui la sovranità territoriale, la sicurezza degli impianti nucleari e le garanzie di sicurezza, e dei prerequisiti minimi per l’avvio di colloqui diretti o indiretti con il Cremlino. Che siano o meno Draghi o Merkel le persone giuste per mediare, il dato che emerge è che l’Europa cerca di recuperare uno spazio politico nella gestione del conflitto, dopo anni in cui il suo ruolo di diplomazia politica è stato largamente subordinato a Washington, pur rimanendo un pilastro dell’assistenza militare ed economica a Kiev.