**Iran: Pedde (Igs), 'Khamenei ha traghettato la Repubblica islamica, con Mojtaba potere si sposta ai militari'**

Iranian women walk by large posters of Ayatollah Khomeini and Iran's supreme leader Ayatollah khamenei in Tehran, Iran February 7, 2009.  On February 9, 2009, Iran will celebrate the 30th anniversary of Islamic Revolution founded by the late Ayatollah Khomeini. document IRAN/Yalda Moaiery - © document IRAN/Yalda Moaiery
Iranian women walk by large posters of Ayatollah Khomeini and Iran's supreme leader Ayatollah khamenei in Tehran, Iran February 7, 2009. On February 9, 2009, Iran will celebrate the 30th anniversary of Islamic Revolution founded by the late Ayatollah Khomeini. document IRAN/Yalda Moaiery - © document IRAN/Yalda Moaiery
02 luglio 2026 | 16.21
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Con la morte di Ali Khamenei e l'ascesa del figlio Mojtaba, l'Iran entra in una fase di trasformazione profonda, in cui la figura della Guida Suprema perde centralità e il sistema evolve verso una struttura "sempre più nazionalista" e dominata dall'apparato militare. È la lettura di Nicola Pedde, direttore dell'Institute for Global Studies (Igs), che in un'intervista all'Adnkronos analizza il ruolo di Khamenei padre e le conseguenze della sua morte, soffermandosi anche sulla figura di Mojtaba e sugli effetti di questo passaggio di poteri su un sistema in piena fase di trasformazione.

Secondo l'analista, Khamenei è stato "il traghettatore dalla prima alla seconda Repubblica islamica", erede del fondatore Ruhollah Khomeini, ma con un profilo molto diverso "sia dal punto di vista religioso e giuridico che dal punto di vista della capacità politica". Meno carismatico, meno autorevole sul piano del diritto religioso e, soprattutto, più orientato alla gestione politica quotidiana e al pragmatismo, Khamenei fu nel 1989, anno della sua elezione a Guida, una soluzione di compromesso rispetto all'ayatollah Hossein Ali Montazeri, in grado di garantire continuità del sistema in assenza di un successore forte e unanimemente riconosciuto nel clero sciita.

Da quel momento, sottolinea Pedde, il ruolo della Guida Suprema è cambiato radicalmente. Non più vertice assoluto e decisionista, ma "vertice ultimo" di un sistema sempre più complesso e plurale, chiamato a mediare tra posizioni interne spesso conflittuali. Khamenei, afferma, "ha avuto posizioni in epoca rivoluzionaria sicuramente meno radicali e meno assertive rispetto a quelle delle frange più oltranziste che erano emerse soprattutto nella prima fase rivoluzionaria" ed è stato "il vertice politico che sostanzialmente doveva sintetizzare e armonizzare queste sempre più numerose e conflittuali posizioni per cercare di definirle in una politica unitaria". Un'evoluzione che si intrecciò anche con la fase successiva della guerra con l'Iraq e con la ricostruzione economica avviata negli anni della presidenza Rafsanjani, segnando il passaggio dell'Iran da una fase rivoluzionaria a una post-rivoluzionaria.

Nel corso dei decenni, Khamenei ha attraversato fasi politiche diverse – dal pragmatismo alla stagione riformista fino all'era ultraconservatrice di Mahmoud Ahmadinejad, riuscendo - secondo Pedde - a mantenere una funzione di equilibrio più che di comando diretto e "a gestire fasi molto importanti di trasformazione della politica iraniana, cercando di assicurare quello status quo che doveva preservare la continuità del sistema". Tuttavia, negli ultimi anni, questa capacità si sarebbe progressivamente erosa, soprattutto a causa del consolidarsi di una nuova generazione di potere legata agli apparati militari e non più al clero.

La vera sfida, secondo Pedde, per la Guida Suprema è arrivata in realtà dall'interno dell'area conservatrice, in particolare con la presidenza Ahmadinejad. Paradossalmente, infatti - osserva - fu proprio la leadership più radicale a mettere maggiormente in discussione la stabilità del sistema, anche attraverso la retorica mahdista di Ahmadinejad e i continui richiami all'arrivo del dodicesimo Imam, che finivano per sfidare implicitamente l'autorità stessa della Guida Suprema. Negli ultimi anni, aggiunge l'analista, la complessità del quadro politico si è ulteriormente acuita tra crescente pressione internazionale, isolamento, sanzioni e programma nucleare. Per sfociare poi "nel superamento della linea rossa" del conflitto diretto con Israele e Stati Uniti.

In questo contesto si inserisce la figura di Mojtaba Khamenei, indicato come successore e oggi percepito più come elemento di legittimazione che come vero centro decisionale. Per Pedde, la sua nomina segna un'ulteriore erosione del potere religioso in favore dell'apparato militare. Una dinamica che riflette, secondo l'analista, la trasformazione strutturale della Repubblica islamica, oggi sempre più distante dall'originaria impostazione di sistema teocratico.

"Non l'abbiamo ancora visto, è intervenuto solo attraverso messaggi scritti e non è chiaro in quali condizioni si trovi. Questo alimenta interrogativi sul suo reale stato, sul peso effettivo della Guida Suprema oggi e su quale direzione possa prendere il Paese, anche alla luce del ruolo crescente delle nuove generazioni nel sistema di potere. Al di là di questo - secondo l'analista - la nomina di Mojtaba a Guida Suprema – peraltro, in passato, secondo alcune ricostruzioni, non pienamente sostenuta nemmeno dal padre per il rischio di una trasmissione dinastica del potere in contrasto con i principi fondativi della Repubblica islamica – rappresenta un'ulteriore fase di erosione dell'autorità della Guida stessa. In questo scenario, Mojtaba rappresenta una figura di legittimazione dell'establishment. Un ruolo volto a garantire continuità istituzionale", mentre il potere effettivo si sposta altrove.

Per Pedde, il Paese oggi sta uscendo dalla guerra con una posizione negoziale rafforzata, grazie alla propria capacità di deterrenza e alle sue leve economiche e strategiche, in particolare sullo Stretto di Hormuz e sul fronte delle capacità missilistiche e dei droni. Un quadro che consente a Teheran di affrontare i negoziati con gli Stati Uniti da una posizione più solida rispetto al passato. "Il vero grande, enorme problema", conclude l'analista, resta però interno: l'economia.

"Se l'Iran riuscirà a ottenere benefici economici significativi e a ridurre inflazione e disoccupazione", potrà stabilizzare il sistema e ridurre "la minaccia del dissenso interno, che resta comunque forte e radicato. Se però le condizioni economiche dovessero migliorare in conseguenza di questo futuro accordo, permetterebbe ai vertici della Repubblica Islamica di contare su una prospettiva di continuità che probabilmente porterà ad un'ulteriore trasformazione anche politica del Paese. Però - conclude - non ci sarà quel regime change tanto auspicato soprattutto dalla diaspora. Quello che secondo me appare altamente probabile in questa dimensione, con tutti i caveat legati alle variabili che lo interessano, è che l'Iran si avvii a diventare un autoritarismo di stampo militare come tanti ce ne sono nella regione".

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