Iran, Meliciani (Luiss): "Se crisi Hormuz continua rischio stagflazione, sì a misure mirate su carburanti"

L'intervista all'economista e direttrice del Luiss Research Center for European Analysis and Policy.

Iran, Meliciani (Luiss):
13 luglio 2026 | 15.26
Fabio Paluccio
LETTURA: 5 minuti

Se la crisi sullo Stretto di Hormuz perdura la stagflazione è una possibile conseguenza per l'economia. E' lo scenario delineato in un'intervista ad Adnkronos/Labitalia dall'economista Valentina Meliciani, ordinario di economia applicata alla Luiss 'Guido Carli' e direttrice del Luiss Research Center for European Analysis and Policy, che dice sì "misure mirate per famiglie e imprese" nel caso di aumenti dei prezzi dei carburanti in Italia.

Valentina Meliciani, lo Stretto di Hormuz è nuovamente bloccato e le navi non riescono ad attraversarlo per trasportare merci e beni energetici. Quanto 'pesa' sull'economia mondiale questa nuovo passo indietro nella crisi tra Iran e Usa?

Ci siamo accorti da quello che è successo fino a questo momento che la chiusura dello Stretto ha degli impatti importanti a livello globale, perché ovviamente riducendo il flusso di merci ne fa salire il prezzo. E questo comporta un aumento dei prezzi soprattutto dei beni energetici, quindi petrolio e poi anche gas. Di conseguenza questo si riflette poi sulla domanda e può portare ad un rallentamento dell'economia globale. Dipende poi ovviamente poi anche dalla risposta delle banche centrali. La Lagarde ha intenzione di parlare con il governatore della Federal Reserve per capire un po' che tipo di approccio adottare in termini di politica monetaria. Perché ovviamente nel caso dell'Europa la Banca Centrale Europea ha come obiettivo primario il contenimento dell'inflazione. Però è chiaro che l'aumento dei tassi di interesse aggrava il rallentamento dell'economia europea, quindi è sempre difficile rispetto alla situazione post Covid in cui c'erano stati tanti interventi espansivi in termini di politica fiscale e quindi il rischio di inflazione era maggiore perché non era legato soltanto all'aumento del prezzo delle materie prime, ma era legato anche all'aumento della domanda aggregata. In questo caso noi abbiamo una situazione che si avvicina di più a quella della stagflazione, quindi di un aumento dei prezzi accompagnato però anche da una riduzione della crescita economica. E se la crisi sullo stretto di Hormuz perdura questo è uno scenario possibile. L'economia infatti ha i suoi meccanismi per cui nel lungo periodo trova delle soluzioni. Ad esempio si utilizzeranno rotte diverse per importare le materie prime e ci si sta già muovendo in in questa direzione. Però è chiaro che questo richiede tempo e quindi nell'immediato l'impatto dello stop ad Hormuz può essere fortemente negativo.

Il ministro Urso ha detto che se i prezzi dei carburanti risaliranno il governo pensa ad aiuti mirati a imprese e famiglie, quindi no a nuovi tagli alle accise. È la strada giusta a suo parere?

Io penso che la strada giusta sia un'altra. Con il 'Luiss Research Center for European Analysis and Policy' di cui sono direttrice sosteniamo l'esigenza di un fondo analogo a quello di Next Generation EU sul tema dell'energia, e quindi di una risposta forte a a livello europeo a questa crisi. Però se questo non accade è chiaro che poi i singoli governi qualche cosa devono per forza fare. E su questo sono d'accordo sul fatto che le misure devono essere il più possibile mirate, non generalizzate in una situazione soprattutto come quella italiana, dove ovviamente il problema del debito pubblico è molto importante e quindi non abbiamo la possibilità di mettere in atto misure generalizzate che avrebbero un impatto troppo forte sui conti pubblici.

Secondo lei tra i Paesi europei è l'Italia a rischiare maggiori conseguenze economiche se lo Stretto resta bloccato?

Purtroppo siamo tra i primi Paesi a rischiare di più sicuramente, e per una serie di motivi. Il primo motivo è quello che noi paghiamo l'energia più di molti altri Paesi europei per motivi diversi. La Francia ha il nucleare, ma molti Paesi, ad esempio nordici, e anche la stessa Spagna, sono riusciti a far crescere l'investimento in energia rinnovabile molto più di quanto ci siamo riusciti noi. E quindi la nostra situazione è più fragile sia per il maggior costo dell'energia, sia per la maggiore dipendenza dal prezzo del gas, sia per ovviamente i forti vincoli che abbiamo di bilancio. E poi abbiamo anche la difficoltà di evitare che questo aumento dei prezzi si ripercuota sui i prezzi dei beni al consumo.

Ma lo stop di Hormuz a livello economico pesa più per gli Usa o per l'Europa? Per Trump è più una questione di immagine?

Sì, sì, assolutamente. Gli Stati Uniti sono un paese produttore di energia e quindi da un punto di vista economico possono addirittura quasi in alcune circostanze avvantaggiarsi dall'aumento del prezzo del petrolio che producono. Il problema per Trump è sicuramente di immagine, perché l'opinione pubblica americana, ovviamente la componente maga, aveva eletto Trump proprio nell'idea che non ci sarebbero state guerre e che l'amministrazione americana si sarebbe focalizzata su obiettivi interni agli Stati Uniti. Quindi il fatto che invece insomma di guerre ce ne sono state, che c'è difficoltà ad interromperle sicuramente non è positivo in termini di immagine per Trump. E questo è quello su cui possiamo un po' sperare,la sua volontà di arrivare a un accordo in vista anche delle elezioni di Midterm.

Partendo da queste difficoltà legate allo Stretto di Hormuz per l'Italia, secondo lei il governo in questo scorcio di fine legislatura cosa può fare a livello economico per guardare a un futuro diverso per il nostro Paese, più autonomo rispetto a queste tensioni internazionali?

Ci sono degli interventi che si possono mettere in campo. E' chiaro però che di tempo a disposizione ce n'è stato tanto e quindi cercare di fare tutto nell'ultimo periodo di legislatura è un po' difficile da pensare. Innanzitutto agire sulla riforma del mercato dell'energia, della quale si parla da tempo e su cui ci si è iniziati a muovere, secondo me non in maniera corretta per quanto riguarda ad esempio la parte sull'Ets. Questo perché proporre delle misure sulle quali non c'è accordo a livello europeo finisce per diventare una perdita di tempo. Decisioni potrebbero essere invece prese nella direzione di un disaccoppiamento, ad esempio del prezzo dell'energia dal prezzo del gas. Una serie di misure che possono in qualche modo aiutare anche nel breve periodo. E poi è importante anche la posizione a livello europeo. Se si vuole andare, come credo che l'Italia voglia fare, verso, ad esempio, un finanziamento di una politica energetica a livello europeo, è chiaro che la postura nei confronti degli altri paesi europei non può essere quella in cui si accusa l'Europa di tutti i mali del nostro Paese, perché le due cose non vanno d'accordo l'una con l'altra. Dopo i dissidi con Trump la posizione mi bra che sia virata verso quella di cercare un accordo a livello europeo, ed è la direzione secondo me giusta. (di Fabio Paluccio)

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